L’ora delle riforme: sfida per Pdl e Pd

di Nel suo editoriale di ieri, Giuliano Ferrara pone questioni importanti su cui tutti, compreso il Pdl, hanno il dovere di riflettere. Anche a me le dimissioni di Berlusconi hanno suscitato una grande amarezza. Fin dal primo momento, tuttavia, non ho attribuito questo esito a un ineluttabile destino, ma ad una serie di errori e se vogliamo di precise ragioni politiche. Per questo giudico questo governo innanzitutto come il frutto dei limiti e delle inadeguatezze della politica italiana, di quello che è andato storto nella nostra esperienza di governo, come giustamente dice Ferrara, così come della perdurante inaffidabilità della sinistra italiana come moderna forza riformista e di governo. Ora che questo governo c’è, anch’io ritengo che il problema sia quello di impiegare seriamente e utilmente il tempo politico che abbiamo a disposizione.
Per che cosa? Se il Pdl e il Pd considerassero questo periodo una parentesi necessitata, al termine della quale tutto ricomincerebbe daccapo con le stese logiche, si tratterebbe di un errore irreparabile. Se le maggiori forze politiche continuassero a seguire la linea così bene sintetizzata da Ferrara, «voto la fiducia e intanto porto la fiducia dalla mia parte», la politica, di destra e di sinistra, sancirebbe la perdurante legittimità e necessità di un governo di tecnici. Sono perciò assolutamente d’accordo con Ferrara: «Destra e sinistra devono produrre un nuovo manifesto di identità, mentre tengono incollata la pecetta istituzionale del governo Monti». Bisogna avere la consapevolezza, tuttavia, che il governo Monti non è immobile, non risponde soltanto al gioco di sponda dei partiti, ma governa, agisce, propone riforme, giuste o sbagliate che siano. Al proprio interno, inoltre, vi sono forze e singole personalità che operano perseguendo nello stesso tempo una finalità di carattere politico. Mi riferisco in particolare all’Udc e a noti esponenti cattolici che non attribuiscono al governo un carattere tecnico bensì esplicitamente politico, nel senso di una opportunità per mutare radicalmente gli assetti politici del Paese.
In questo quadro, la prima sfida sia per il Pdl che per il Pd dovrebbe essere quella di cambiare le istituzioni, in modo tale che chiunque vinca le prossime elezioni non si trovi nelle stesse condizioni di impotenza che hanno condotto al fallimento della politica e ad una sostanziale sospensione della democrazia. La seconda sfida è quella dei contenuti dell’azione del governo, che è un bene diventino il criterio discriminante della condotta delle forze politiche e di conseguenza dell’identità, della credibilità e dell’efficacia degli schieramenti futuri. L’avvenire del sistema politico italiano si giocherà su queste sfide politiche: cambiamento delle istituzioni, governo improntato ai contenuti e alleanze fondate finalmente su una coerente affinità programmatica.
Se al contrario le maggiori forze politiche si limiteranno a strizzare un occhio ai loro tradizionali alleati in attesa che le elezioni arrivino al più presto a toglierle dall’imbarazzo di una scelta chiara; se ognuno strapperà al governo, dopo estenuanti trattative al ribasso, un pezzo di programma da esibire come trofeo al proprio elettorato; se anche quest’anno trascorrerà senza che alcuna riforma delle istituzioni sia portata a compimento. Beh, allora la politica avrà perso un’ulteriore prova di maturità e l’ennesima occasione di rigenerazione. Se così fosse, la politica non potrà prendersela con nessuno per la propria insipienza e la propria inutilità.
*Coordinatore nazionale Pdl

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