«L'amica geniale» Tutto è falso tranne la noia

Attribuita a Giorgio Manganelli, pronunciata forse da Vanni Scheiwiller, mai la frase «non l'ho letto e non mi piace» torna più utile. Non ho mai letto, né mai leggerò, un libro di Elena Ferrante, intanto perché mi sento troppo lontano dai suoi lettori tipo che non prenderebbero in mano un bestseller o un romanzo «commerciale» però lodano e imbrodano una scontata operazione di marketing editoriale, e poi perché tutto odora di falso, proprio come nell'arte di Banksy. Così falso che ci hanno costruito su un mito pure per la Ferrante - chi diavolo sarà, Starnone, sua moglie, il cosceneggiatore Francesco Piccolo, un gruppo di lavoro, in fondo chissenefrega.

Inevitabile, a scopo rubrica, la visione de L'amica geniale, ovvero il romanzo trasformato in serie, almeno le prime due puntate, che sono andate benissimo su Raidue, strappando peraltro critiche in genere molto positive fra gli addetti e fra il pubblico. Con motivazioni alquanto banali, tipo «è fatto davvero bene» (e questo è il minimo sindacale, ci mancherebbe fosse anche fatto male), «le due bambine sono tra le migliori attrici del cinema italiano» (il che dà l'idea di quanto siano modeste le altre), «riprende la lezione del neorealismo» (e infatti il problema è che siamo ancora lì).

Falsa la scrittrice - non l'ho mai letta ma basta la voce fuori campo per carpirne l'insopportabile birignao virginiawoolfeggiante -, falsa la versione filmica, a cominciare proprio dall'io narrante, ovvero Alba Rohrwacher che fa finta di essere Laura Morante, riuscendo nell'impresa di irritarmi anche solo con le parole, sperando davvero che non compaia da un momento all'altro. E le bambine? Un catalogo di stereotipi: bionda vs bruna, calma vs iraconda, recitano in stretto dialetto partenopeo (dopo Gomorra anche basta!) e muovono gli occhioni come si usa per attirare follower su Instagram. E la mise-en-scène, un isolato o poco più dove si consuma la commedia umana sudista con ogni luogo comune possibile - tutti urlano, tutti si menano, tutti sono ignoranti, soprattutto le donne - facendo il verso qua e là alla Brooklyn di C'era una volta in America - ma in Leone c'era la poesia vera dell'infanzia e una coralità qui assente - e alla Roma rosselliniana - lì c'era la necessità storica, e qui uno stucchevole meridionalismo.

Non basta il ricercato manierismo di Saverio Costanzo, tra piani sequenza, campi e controcampi, intensi primi piani dosati come in un manuale di cinema, non basta la colonna sonora di Max Richter, eccessivamente diegetica, e neppure la presenza di qualche attore vero, come la Dora Romano eccellente nel ruolo della maestra. Non basta tutto ciò a fare de L'amica geniale la produzione Rai della svolta in termini di fiction. Eppure c'è da scommettere che piacerà ancora molto e forse terrà, in termini di ascolto, il quasi 30 per cento di share di martedì scorso. Per me l'avventura con Lila, Lenù, parenti, compagni e amici finisce qui, non tanto per la noia e la prevedibilità narrativa, quanto per quell'impressione, ribadisco, di trovarmi in un perfetto falso d'autore, ciò che nell'arte si definirebbe una crosta.

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