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L'amore secondo "Pelléas et Mélisande"

L'opera di Debussy alla Scala con regia di Castellucci. Sul podio Maxime Pascal

L'amore secondo "Pelléas et Mélisande"
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Un bosco che sale dal basso, un castello che si muove, come in una favola, una donna senza passato né identità, un amore fatto di corpi che non si toccano salvo quell'unico bacio pagato con la morte. Quando Claude Debussy porta in musica il dramma simbolista di Maurice Maeterlinck, nel 1902, nasce uno dei vertici assoluti del teatro musicale moderno. È "Pelléas et Mélisande", dramma lirico in cinque atti e dodici quadri, dal 22 aprile al 9 maggio alla Scala in una nuova produzione di Romeo Castellucci (regia, scene, costumi, luci), con Maxime Pascal sul podio.

L'opera racconta del principe Golaud (Simon Keenlyside) che incontra nel bosco una misteriosa e smarrita Mélisande (Sara Blanch), la conduce con sé nel castello di Allemonde, sposandola. Ma tra la donna e Pelléas (Bernard Richter), fratellastro di Golaud, nasce un sentimento tanto intenso quanto trattenuto, fatto di silenzi, allusioni, pudore e desiderio inespresso. La gelosia crescente di Golaud sfocia nella tragedia: Pelléas verrà ucciso, Mélisande morirà poco dopo aver dato alla luce una bambina, lasciando dietro di sé il proprio enigma intatto.

"Pelléas et Mélisande" non va però ridotto alla sua trama, sarebbe tradirne la natura. Perché, come spiega Castellucci, è un'opera simbolista "che evita il contenuto e rallenta l'arrivo del significato": un teatro dove tutto si sottrae alla spiegazione definitiva, dove il tempo si sospende e gira a vuoto. Mélisande rimane fino all'ultimo un mistero insondabile: "Non sapremo mai da dove sia venuta, cosa voglia, sempre ammesso che voglia qualcosa, e neppure chi sia". Secondo Castellucci, quella tra Pelléas e Mélisande è "una delle storie d'amore più sconcertanti" mai raccontate a teatro. "I loro corpi non si toccano mai, non si guardano negli occhi. Si danno un unico bacio prima dell'attacco mortale di Golaud". E proprio questo pudore assoluto diventa la forma estrema dell'erotismo: "un erotismo spinto oltre i confini della pelle".

Per il regista, al suo debutto scaligero, la chiave visiva dello spettacolo sarà quella della fiaba: "Mi interessava proporre una dimensione infantile e credere alla favola". Da qui l'idea di immagini quasi da libro illustrato. Se Castellucci insiste sulla natura sacrale e visionaria dell'opera, Maxime Pascal ne sottolinea la forza musicale rivoluzionaria. "Debussy è un compositore dell'inconscio, ma anche della materia, nessuno come lui - osserva il direttore francese - ha saputo scrivere in musica la luce, il vento, l'acqua viva e l'acqua immobile. La musica non evoca la materia: è materia". E così l'orchestra si trasforma in paesaggio, in elemento naturale, in materia vivente, diventa foresta, mare, grotta. Accade fin dall'attacco immergendo lo spettatore in una dimensione oscura e fluida: "Il suono è portatore dell'oscurità, della tenebra della foresta. La musica è profonda, molto scura. E allo stesso tempo c'è il lento ondeggiare degli alberi".

È la grande rivoluzione di Debussy: con lui "l'armonia si libera. È un compositore della libertà", dice Pascal.

Ma attenzione a non ridurre tutto a impressionismo e morbidezza, perché Debussy "non è solo carezza, non è solo vento tra le foglie. La sua musica è talvolta di una tensione e di una violenza impressionanti. Vi si trova un'esplosività sotterranea".

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