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L'arte italiana (figurativa) dagli anni '80 a oggi? È "fuori dal tempo"

Una mostra fa il punto su artisti e movimenti degli ultimi 50 anni: con molte sorprese...

L'arte italiana (figurativa) dagli anni '80 a oggi? È "fuori dal tempo"

da Trento

Una delle intuizioni più lucide di Pier Vittorio Tondelli è stata capire che, a partire dagli anni '80, le generazioni sono diventate trasversali. Da quel decennio, sosteneva lo scrittore in Un weekend postmodermo, per definire una generazione non conta tanto l'anagrafe, quanto abitudini, costumi, atteggiamenti, attorno ai quali si coagulano gruppi eterogenei per data di nascita. Qualcosa di molto simile lo si osserva nella selezione degli artisti e nel loro raggruppamento per sezioni in Anacronismi e Discronie, la splendida collettiva inaugurata a Palazzo delle Albere lo spazio espositivo del MART, a Trento che non a caso riguarda, come recita il suo sottotitolo, "L'arte italiana dagli anni '80 a oggi".

Curata da Ivan Quaroni e Margherita de Pilati, inaugurata lo scorso aprile e aperta fino al 6 settembre, la mostra presenta oltre settanta opere di artisti per lo più viventi, in un percorso di forte impatto visivo, composto per lo più di pittura figurativa. Se il punto di partenza sono gli anni '80, la base su cui si è costruito tutto ciò che è stato antologizzato in questa collettiva è inevitabilmente la Transavanguardia, il movimento che ha chiuso la stagione del concettuale, riportando la pittura tra le espressioni ammissibili nell'arte contemporanea. In mostra a Trento ci sono opere di Paladino, Cucchi, Chia, Clemente. Del quintetto base messo in campo all'epoca da Achille Bonito Oliva manca solo De Maria, rimpiazzato dall'outsider Mimmo Germanà. Se la consapevole essenza statutaria di "movimento" della Transavanguardia veniva dalle teorizzazioni critiche di A.B.O. (la narrazione, il mito, l'arcaico, la rivalorizzazione del patrimonio iconografico stratificato nella memoria culturale italiana), teorizzazioni che sono state decisamente ex-ante, nella collettiva di Palazzo delle Albere vengono presentati altri tre movimenti-raggruppamenti anni '80, il cui inquadramento critico all'epoca, concepito da Renato Barilli (in alcuni casi con Francesca Alinovi e Roberto Daolio), appariva piuttosto ex-post, movimenti cioè inscrivibili in uno spazio comune caro più al critico che non agli artisti che ne facevano parte. Si tratta degli "Anacronisti" (D'Arcevia, Mariani, Abate, Cantafora, Bartolini, Di Stasio, Galliani, Gandolfi), dei "Nuovi-Nuovi" (Jori, Ontani, Salvo, Mondino) e del "Nuovo Futurismo" (Postal, Plumcake, Lodola, Brevi, Innocente, Cella, Abate). Coesistevano nella medesima epoca ed ecco l'impronta delle generazioni trasversali e in Anacronismi e Discronie meritano una sezione ciascuno.

Poi, in mostra, quanto a movimenti certificati da un apparato critico a loro coevo non ne troviamo più. Quaroni e De Pilati scelgono piuttosto di presentare sezioni popolate di artisti accomunabili per tagli di nuovo trasversali, coagulati attorno ad affinità tematiche ed espressive. Montesano, Di Biasi, Rhor e Ventura coabitano nella sezione "Memorie e Immagini della storia"; Di Marco, Mastrovito, Cuoghi, Di Piazza, Ginanneschi, Zaffino e Nannini in "Paesaggi e tempi disallineati"; Vezzoli, Samorì, Verlato, Andreani in "Figure tra passato e presente"; Castelli, Parisi, Aparo, Ravo Mattoni e Fogarolli in "Trasformazioni della figura"; infine le giovani under 35 Branconi, Calore e Cinotti chiudono la mostra nella sezione "Nuove generazioni".

È un panorama che esaurisce la scena dell'arte italiana dagli anni '80 a oggi? Non del tutto. Anacronismi e Discronie non esaurisce nemmeno la scena più limitata della pittura italiana. Mancano, per esempio, la grande onda della "Nuova figurazione italiana" che irruppe nelle gallerie e nei musei italiani nei primi anni 2000, nonché "Italian newbrow", un movimento mobile e in costante evoluzione individuato, teorizzato e curato in anni più recenti proprio da Ivan Quaroni. Non sono dimenticanze o trascuratezze, Anacronismi e Discronie ha infatti un suo razionale che è stato rispettato a costo di esclusioni anche dolorose: il dialogo con la memoria e il tempo. Lo raccontano i due curatori negli apparati critici del catalogo (scritti, va sottolineato, con una prosa colta di mirabile chiarezza), evidenziando come negli ultimi quarant'anni molti artisti italiani abbiano deciso di lavorare in antagonismo con il proprio tempo, preferendo un anacronistico affetto per la storia.

Nel solco tracciato dalla Transavanguardia, le opere in mostra non appartengono pienamente né a ieri né a oggi, ma "si collocano in un territorio intermedio, nel quale la memoria iconografica viene continuamente rimontata, interrotta o rallentata". In un gioco di scatole cinesi, questi artisti in attrito con il proprio tempo sono qui storicizzati, cristallizzati e consegnati alla memoria.

Il periodo dagli '80 a oggi è stato e continua a essere ricco di arte che sa di bellezza e invenzione, e che invece, forse con la sola eccezione della Transavanguardia, passa immeritatamente sottotraccia nella scena internazionale, e rischia di farlo anche presso il pubblico italiano. Bene allora il MART e bravi i curatori per il salutare ripasso e la valorizzazione della nostra storia artistica recente.

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