Dai che è finita. Sì, ci sarà ancora la sagra dalla zia, nel senso di Venier, ma i Giochi invernali della canzone appartengono, nel giro breve di qualche giorno, all'imperfetto e poi passato prossimo e quindi remoto; già si scrive e si parla di Canzonissima, qualcuno ipotizza il Cantagiro, si tira di conto su share e affini, grandi manovre per l'Eurovision che, viste certe premesse isteriche, andrebbe modificato in Neurovision, voci di liti dietro le quinte, roba condominiale. Resta, su tutto e su tutti, l'immagine antica di Laura Pausini, come venuta giù da un quadro di famiglia, voce strepitosa, fisico massiccio, da dito nella piega, bandiera tricolore all'estero, anonima e noiosa artista per i critici musicali nostrani, soprattutto colpevole di non avere intonato Bella Ciao, testo e musica rilanciate dalla Casa di Carta, niente, eppure proprio lei che viene dalla terra della resistenza. Ma come si è potuta permettere? Ma perché non è scesa in campo con un no, un bacio sulla bocca a Patty Pravo, un appello su Gaza? Che torni a impastare tortellini e a stendere lasagne, che impari l'arte furba di chi sta sul palco dell'Ariston come piace a quelli puri e duri, cerchi di migliorare la pronuncia, anzi la pronunzia, della zeta, basta mettere la lingua tra gli incisivi chiusi, comprenda che certi difetti vanno bene per l'erre moscia di un Gad qualsiasi ma non certo per presentare i cantanti e le can-z-oni.
L'aspettano a Pamplona, poi in altri siti dove si parla lo spagnolo, là dove la zeta è come una esse, dicono Sanetti, Sidane, Benites e nessuno si scompiscia, anzi. Totale: a differenza della canzone, Laura c'è e ci sarà. E come dicono a Madrid: 'sti cassi!