L'eredità di David Crosby, il ribelle con i baffi che si porta via la libertà del vero rock

Fondò Byrds e CSN&Y. E superò le frontiere della trasgressione (anche sessuale)

L'eredità di David Crosby, il ribelle con i baffi che si porta via la libertà del vero rock

Nel chiacchiericcio dello star system di fine anni Sessanta, la preoccupazione era sempre più certezza: sarebbe stato David Crosby la prossima stella del rock a trasformarsi da icona a vera e propria leggenda, aggiungendosi alla lista degli idoli, sacrificati sull'altare della triade sesso, droga e rock'n'roll? Perché tutti sapevano che il talento di Crosby era smisurato quanto la sua propensione a una vita spericolata, in perfetta armonia con la filosofia hippie del vivi bene e in fretta e non pensare al domani.

Cadute di tono epocali, con tanto di ricoveri in cliniche, arresti e un trapianto di fegato, avrebbero smentito ogni fosca previsione e la voce inimitabile di quel californiano dall'aria bonaria e sorniona sarebbe tornata a farsi sentire in tutta la sua purezza.

Ora che una «lunga malattia» se l'è portato via, David Crosby può davvero sedere accanto a Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin e Brian Jones. Quel posto gli spetta di diritto.

Fattosi conoscere al mondo nel 1965 come fondatore dei Byrds, la band californiana che ebbe l'intuizione di fondere la forza elettrica dei Beatles e la potenza lirica di Bob Dylan al tempo non una scelta scontata attraverso armonie vocali non convenzionali di cui Crosby fu pioniere, ben presto visse tale appartenenza come una camicia di forza. Il flower power stava per sbocciare e Crosby si riconobbe nel senso di libertà, apertura cosmica e rigetto delle convenzioni che promuoveva. Non è un caso se, con grande candore, Crosby ammise che in casa sua non mancavano mai un paio di donne nude e disponibili. D'altro canto, una delle sue canzoni più note, Triad, celebra la normalità e piacevolezza del triangolo.

Ma il mito di David Crosby è soprattutto legato al supergruppo Crosby, Stills & Nash, in seguito ampliato per accogliere Neil Young. Il primo disco, omonimo, del 1969, è un condensato del meglio della musica del tempo: chitarre acustiche in gran spolvero, canzoni ispirate a pace e amore e, soprattutto, intrecci vocali talmente complessi da spiazzare l'ascoltatore, proiettandolo in un'altra dimensione, non necessariamente indotta dalle sostanze psichedeliche. Déjà Vu (1970) prese una strada un po' più elettrica e la partecipazione al festival di Woodstock proiettò il quartetto su grandi vette di popolarità e genialità e pure conflittualità: quattro ego smisurati in lite fino alla fine. Crosby è morto senza aver ripreso in contatti con Young e, soprattutto, con Graham Nash, l'amico di sempre. Per il disco If I could only remember my name del 1971, volle intorno a sé il gotha della musica californiana: gli esiti furono inarrivabili. L'immagine di Crosby, con i baffoni e la giacca a frange, era già diventata mito hollywoodiano, presa a modello per il ruolo di Billy, diretto e interpretato da Denis Hopper nel suo Easy Rider.

In Italia per

promuovere il primo disco in studio dei CPR, alla domanda del perché la sua autobiografia Long Time Gone non fosse mai stata pubblicata da noi, rispose con il suo sorriso irresistibile: «Traducila tu!». Che sia la volta buona.

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