Lettera agli inglesi Non credete ai nostri antidemocratici

Il tentativo di inglobare la stampa estera nel circo bipolare all’italiana è vecchio e collaudato: risale al 1994 e a quando le stesse testate straniere attivissime ancor oggi, con la medesima superficialità e sciatteria, paventarono che in Italia stesse riaffacciandosi il fascismo. Lo schema era identico anche nel circolo demenziale che lo alimentava: la stampa estera copiava la stampa italiana che a sua volta riprendeva ed enfatizzava la stampa estera.
Più recente e solo italiano, invece, era stato sinora il tentativo di spiegare che da noi in pratica non c’è democrazia o che, laddove c’è, l’elettorato è instupidito o comunque «non più in grado di farsi opinioni spontanee», per dirla col direttore di Repubblica Ezio Mauro. Anche questo prodotto del Made in Italy si vorrebbe cercare di esportarlo, ora. Vediamo allora di illustrare anzitutto il prodotto, già declinato in teoria anche da personaggi come il professor Giovanni Sartori. Il tentativo, soprattutto dopo la vittoria del Pdl nel 2008, è quello di rispondere a un quesito lampante e quasi vigliacco: se Berlusconi è questo demonio, perché allora vince? Il professor Sartori tentò di rispiegarlo pazientemente nel corso della prima puntata post-elettorale di Annozero del 2008: presenti Di Pietro, Marco Travaglio e persino lo scrivente. Si doveva analizzare il perché del voto, ma Di Pietro, circa la vittoria di Berlusconi, parlò subito del problema di Retequattro: perché il problema era essenzialmente quello, sostenne. Sì, perché la chiave di volta di ogni vittoria berlusconiana - spiegarono - era sempre stata la mancata soluzione del conflitto di interessi: la capacità di plagiare e corrompere le menti attraverso il possesso del 90 per cento dei mass media - tipica percentuale sparata assolutamente a caso, difetto che qualche volta appartiene anche al Cavaliere - resta il vero e sostanziale merito di Silvio Berlusconi. Il fatto che lo stesso Cavaliere abbia anche perso molte elezioni pur possedendo quanto possiede (ha perso tutte le amministrative dal 2001 al 2006) non significa nulla, ma spinge semmai a chiedersi in che misura avrebbe potuto perdere se i mass media non possedesse. Il loro possesso, cioè, non equivale a una vittoria automatica: «Se le date a me, le televisioni, io perdo lo stesso» dice ogni volta Sartori.
Dunque sì, è vero che gli italiani hanno votato Berlusconi: ma questo significa in misura minore o improbabile che siano stupidi - «non si può escludere», disse testualmente Sartori - e in misura più probabile che stia perdurando una cappa di disinformazione sul Paese. Questa cappa antidemocratica, che peggiora ogni giorno di più, sarebbe la principale causa dell’elevato e preoccupante grado di popolarità di Berlusconi. E appunto questo Di Pietro, come visto, si è incaricato di denunciare alla stampa estera.
Lo schema, in pratica, cerca di spingere l’opinione pubblica a una decodificazione di quella spontaneità berlusconiana che piace indubbiamente a tanti italiani: l’obiettivo è convincere che l’immagine di Berlusconi ne contenga anche una occulta, qualcosa che sfugge costantemente; da qui la tendenza a cercare retroscena extra-democratici che rispondano a plagi mediatici e a corruzioni delle coscienze, quando non addirittura a corruzioni e basta. Il mercato di queste possibilità dietrologiche, con articoli e libri, corrisponde oltretutto a un preciso target (quella di Grillo & Travaglio è una piccola industria) ma riporta inevitabilmente a una presunta cialtroneria del popolo italiano che ci cascherebbe ogni volta: a Berlusconi si riconosce solo una certa genialità nel farcelo cascare. Il Cavaliere cioè resta un venditore, e il popolo, proprio come quello di Grillo e Travaglio, sarebbe solo target.
Questo è quanto dicono, anzi, nel descriverlo credo di averlo restituito in termini sin troppo elaborati: e va da sé che nessun dato serio vada a supporto di questa tesi. I sondaggisti Renato Mannheimer e Nando Pagnoncelli, per dire, non fanno che spiegare come circa l’ottanta per cento dell’elettorato italiano ha opinioni politiche ben definite e indisponibili a cambiare: tutto si gioca cioè su un 15-20 per cento di persone disposte a cambiare di volta in volta. Lo schema di Sartori e degli altri, dunque, esclude che possa esserci un embrione di bipolarismo grazie al quale, un domani, il 15-20 per cento che ha votato Berlusconi possa semplicemente votare un altro. Il sodalizio ormai pluriennale tra Berlusconi e gli italiani insomma è descritto come la somma delle capacità persuasive del primo sui secondi, ed è sganciato dall’ipotesi che gli elettori, in un dato momento storico, possano essersi limitati semplicemente a preferire lui, Berlusconi, a un altro. A Veltroni, per esempio. Addirittura a Di Pietro. Naturalmente la teoria appena descritta è traducibile in molte maniere. Una, pur di grana grossa, è sicuramente questa: i suoi sostenitori, tutto sommato, sostengono non esserci la democrazia perché sono poco democratici.
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