Leggi il settimanale

"Letteratura è diritto di non credere in niente e nessuno" (incluso Maometto)

Il poeta austriaco Raoul Schrott, oggi a Roma, ha scritto un inno al dubbio e alla laicità di pensiero

"Letteratura è diritto di non credere in niente e nessuno" (incluso Maometto)

Raoul Schrott è uno dei giganti della poesia contemporanea in lingua tedesca. Nato in Tirolo, nel 1964, e cresciuto tra Tunisi e Zurigo ha tradotto in tedesco L'Iliade e la Teogonia, poesie erotiche egiziane e trasformato in poesia l'origine del mondo in versione scientifica con Erste Erde. Oggi sarà a "Ritratti di Poesia", iniziativa promossa e organizzata dalla Fondazione Roma all'Auditorium Conciliazione di Roma, dove al centro del suo intervento ci sarà il suo libro L'arte di non credere a nulla (Crocetti). Un libro coraggioso che parte da Ravenna e dal ritrovamento di un testo sulfureo e ateistico del Settecento per mettere i puntini sulle "i" della libertà di pensiero. Compresa quella di dire quello che si vuole anche su Maometto: "Maometto era un millantatore - soffriva di mal caduco ma faceva credere ai suoi amici che gli attacchi epilettici fossero segni che lo spirito di Dio lo stesse possedendo - addestrò una colomba bianca a raccogliere chicchi di grano dal suo orecchio e convinse tutti che fosse un arcangelo a portargli messaggi divini". Non è volontà di offendere la religione ma il tentativo di recuperare un pezzo di libero pensiero e farlo dialogare con le vite dell'uomo di oggi sempre più schiacciato sul presente. Ne abbiamo parlato con lui.

Raoul Schrott partiamo dall'inizio: esiste davvero il "Manuale dell'esistenza transitoria" da lei ritrovato nella biblioteca Classense di Ravenna? O è un espediente narrativo frutto della sua transitoria immaginazione?

"Cosa intende con esiste davvero? Tutto ciò che è scritto esiste realmente allo stesso modo, che si tratti di un libro di cucina o di una bibbia atea. In questo caso, il Manuale funge da commentario continuo alle poesie, un dialogo tra prosa e poesia, tra filosofia atea e tutta una serie di ritratti di persone: una sorta di Antologia di Spoon River contemporanea, che forse in Italia è conosciuta anche grazie a Fabrizio De André e al suo Non al denaro, non all'amore né al cielo".

Il suo libro parte citando i mosaici di Ravenna, il mausoleo di Galla Placidia, luoghi dove la fede diventa tessere minute di materia. Cosa l'ha colpita di Ravenna?

"Sant'Apollinare in Classe è la chiesa più bella che io conosca per la sua terrenità il mosaico che raffigura i suoi immediati dintorni con una tale dovizia di dettagli da permettere di ricostruire la fauna, la flora e il paesaggio intorno alla chiesa di 1500 anni fa e perché si può ancora riconoscere che una basilica un tempo era un mercato. Questa terrenità è il tema del libro. E trovo che i mosaici siano utili come analogia con la poesia: con le sue metafore, similitudini e immagini nella sua cornice musicale, essa assomiglia alle tessere di un mosaico, che si percepisce come un'immagine solo quando lo si considera nella sua interezza".

Come è nata l'idea di accostare delle poesie a un presunto trattato del XVII secolo?

"Stavo scrivendo un poema intitolato Erste Erde che narra tutto ciò che sappiamo dal Big Bang alle origini del sistema solare, alle origini della vita e all'evoluzione dell'umanità: ho immaginato un lavoro a lungo termine, impegnandomi a fondo per rendere la nostra conoscenza scientifica in questi campi sensuale, comprensibile, vivida e chiara. E nel frattempo osservavo gli altri, i vicini, le persone che si incontrano viaggiando, in treno, al supermercato, non eroi, ma nemmeno nessuno. Da ciò è nata una serie di ritratti di lavori e professioni che si tratti di macellaio o prete, medico o operaio cantoniere. Vedendo il loro eroismo quotidiano: la vita in generale che non si definisce con la vittoria ma con la sopravvivenza. E trovando la bellezza nel fallimento e il fallimento nella bellezza".

Lo sfondo del libro è un profondo agnosticismo, il non essere certo di nulla, eppure nei testi si respira una profonda spiritualità. Perché?

"La trascendenza definisce tutto ciò che è al di fuori della nostra portata e comprensione immediata. Guardare le stelle è un atto di trascendenza; ogni metafora ci presenta qualcosa che non può essere afferrato del tutto: possiamo definire terra, blu e arancione in modo molto chiaro ma non appena li mettiamo insieme, come nella frase di Paul Eluard la terra è blu come un'arancia, abbiamo qualcosa di trascendente davanti ai nostri occhi. L'immaginazione è il campo di gioco della trascendenza, così come la scienza. Tutti questi modi e forme ci collegano a qualcosa che è al di fuori di noi, più grande di noi, ancora sconosciuto o incomprensibile: il che, per me, è una forma necessaria di spiritualità. Ridurlo a un dio, con un semplice atto di fede, ignorando le nostre facoltà intellettuali e immaginando Dio a nostra immagine e somiglianza, è semplicemente un'idea ridicola. Quando penso alla differenza tra religione e poesia, penso al tempio di Segesta: non fu mai dedicato ad alcun dio o dea, ma l'edificio aperto al vento e alla luce è una costruzione trascendente, un'architettura con cui ordiniamo e manifestiamo i nostri desideri, così come la nostra condizione umana".

Lei si è occupato molto anche di traduzione. Essere poeta ed essere traduttore sono mestieri che si toccano? E se sì come, a prescindere dal fatto che presuppongono un uso esatto della lingua e dello stile...

"Certo che si sovrappongono! Innanzitutto, si imparano davvero la poesia e la sua tradizione solo traducendo i propri predecessori. In secondo luogo: qualunque sia il soggetto, l'intuizione o l'emozione, bisogna esprimerla con precisione. La differenza, quindi, sta solo nel fatto che traducendo ho già un pensiero davanti a me che devo articolare di nuovo nella mia lingua. E in terzo luogo: traducendo autori diversi si sviluppa una flessibilità di stile che permette poi di esprimere i propri pensieri, ampi e variegati, in modo più adeguato. Traducendo si rimane in forma, dal punto di vista linguistico. Parte del mio percorso per diventare poeta e scrivere poesie è consistito nel tradurre i miei antenati: ho tradotto tutti i pionieri della poesia di diverse culture, dalla primissima poetessa conosciuta una poetessa sumera di nome Enheduanna alla raccolta araba Mo'allaqat, alla poesia dei monaci irlandesi, a Catullo e Properzio... o all'Epopea di Gilgamesh. Traducendo ci si cala nei panni del poeta. Vedete, essere poeta è il lavoro più appagante che conosca. E il meno pagato".

Alla domanda se non abbia avuto paura

ad inserire in un libro passaggi così forti su Maometto, paragonabili a quelli usati da Rushdie, Schrott non risponde. Gli bastano il libro e il fatto che l'arte e la letteratura debbano sempre rispondere solo a se stesse.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica