nostro inviato a Taormina
In questi giorni a Taormina abbiamo scoperto la risposta alla nota domanda: mi si nota di più se vado o se non vado? Mi si nota di più se vado, ma poi non mi faccio vedere... A svelarla è stato, si suppone involontariamente, Murakami Haruki, lo scrittore giapponese più amato e venduto nel mondo, ogni autunno in odor di Nobel, ospite d'onore di Taobuk, il festival che è culminato, l'altra sera, proprio con la premiazione di Murakami con il Taobuk Award nel meraviglioso Teatro antico della città siciliana. Dal Giappone, Murakami è arrivato mercoledì scorso e poi, per quasi quarantotto ore, è sparito, rinchiuso nel lussuosissimo hotel San Domenico, un ex convento del XIV secolo a picco sul mare, diventato il fortino che protegge le celebrità in visita a Taormina.
Dov'è Murakami? Per le viuzze straripanti di turisti e negozi di cibo e ceramiche e su e giù dalle scalinate in pietra è un'ossessione: tutti sanno che è lì ma nessuno può avvicinarlo, tutti aspettano che si presenti a teatro ma nessuno sa che cosa dirà, o se dirà qualcosa. È come Julia Roberts a Sanremo, solo che poi, se un'attrice hollywoodiana sale sul palco del festival della canzone italiana, non è che ci si possa aspettare che canti; e invece Murakami è uno scrittore nel bel mezzo di un festival letterario, e potrebbe essere interessante ascoltarlo. E perciò è il tormento di tutti, giornalisti, uffici stampa, editori, organizzatori, abitanti, commericanti, questo stregatto che appare per pochi istanti e scompare l'attimo dopo, sornione, sorridente, evanescente eppure realistico, come uno di quei mondi altri in cui porta i lettori dei suoi romanzi: che sia finito lì dentro anche lui?
Fatto sta che sabato sera, quando è il momento tanto atteso, al Teatro antico di Taormina, sedute in prima fila, si vedono la moglie (che pare disegnata, tanto è perfetta) e l'assistente arrivata da Parigi, ma di lui nessuna traccia. E dire che, alle sue spalle, ci sarebbero seduti due suoi colleghi, il Nobel Abdulrazak Gurnah e il bestsellerista inglese Jonathan Coe... Ma niente, Murakami sbuca sul palco solo quando la direttrice di Taobuk Antonella Ferrara lo chiama per il Premio, e saluta il pubblico - per vederlo sono stati prenotati 3500 biglietti - con accanto la sua interprete. "Buonasera" dice fra gli applausi, e poi in inglese: "I will speak Japanese, sorry". Parlerò giapponese, mi spiace. Non è che Murakami non mastichi l'inglese, visto che ha tradotto in giapponese Salinger, Fitzgerald (a Gatsby è ispirato anche uno dei suoi personaggi, il vicino misterioso dell'Assassinio del commendatore, edito da Einaudi come tutti i suoi libri in Italia), l'adorato Carver, e pare che abbia in mente di occuparsi di Dashiell Hammett. E poi la cultura popolare anglosassone fa parte di Murakami tanto quanto Murakami fa parte della letteratura: i film (pare che da giovane ne vedesse anche duecento in un anno) e ancora di più la musica, dai Beatles (da cui il titolo del suo primo successo mondiale, Norwegian Wood) ai Beach Boys e, soprattutto, al jazz, la passione della sua vita, tanto che con la moglie aveva aperto un locale, il Peter Cat, prima dell'esordio da scrittore. Esordio che è collegato a un'altra passione molto yankee, quella per il baseball, poiché è durante una partita dei suoi Yakult Swallows nell'aprile del 1978 che gli capita di pensare, all'improvviso: "Sì, anch'io posso scrivere un romanzo!". Così. E lo scrive, voilà, proprio come quell'anno, contro ogni previsione, i suoi Yakult Swallows vincono il campionato.
E a quel punto, illuminato durante il match, si trova di fronte al problema dei problemi: come trovare una lingua che sia la propria, e soltanto la propria. Guarda un po', Murakami si rivolge di nuovo alla cultura anglosassone e decide di scrivere in inglese, per garantire chiarezza ai pensieri ed essenzialità allo stile; poi ritraduce in giapponese. E così nasce uno scrittore da milioni di copie in tutto il mondo. L'altra sera, sul palco del Teatro antico, la luna nel cielo quasi nero Anish Kapoor (anche lui fra i premiati del festival) come direbbero i Pinguini, Murakami ha svelato qualcosa del suo mestiere: "Io scrivo un libro quando me la sento. Quando non me la sento, non scrivo. E, quando mi sento di scrivere, mi arrivano idee, spunti, tantissime cose. Non penso, in particolare, a delle cose da scrivere: sono le cose a venirmi in mente". Conclusione: "Scrivere un libro è per me una gioia". È vero, ha scritto che è un lavoro metodico come quello di un operaio e disciplinato come gli allenamenti di un maratoneta (la corsa è un'altra sua passione), ma alla fine la scrittura è quello: gioia. E poi però scappa subito, si fionda giù dal palco e sparisce, come un attore antico che sia andato a cambiarsi la maschera per tornare in scena. Solo che lui non torna. Il direttore d'orchestra bielorusso Vitali Alekseenok cerca di stringerli la mano e rimane lì col braccio teso, così deluso che, quando una bella signora si presenta come sua fan, lui replica: "Dov'è Murakami?".
Poco prima, dal palco, lo scrittore aveva anche concesso qualche ricordo personale: "Ho visitato questa terra quaranta anni fa. Era un periodo in cui ero ancora molto giovane e, all'epoca, nessuno conosceva il mio nome, perché non avevo ancora pubblicato un libro". Chissà se in questi giorni è tornato sulle tappe di quel viaggio, magari durante la mattinata che ha trascorso all'Isola Bella, di fronte al mare e al profilo dello Stivale che si dissolve all'orizzonte e, intorno, le colline che appartengono anche al suo immaginario di amante del cinema, Forza d'Agrò, Savoca, i luoghi del Padrino. Del resto il suo fortino, il San Domenico, è stato di recente il set della serie The White Lotus. Poi, ecco, ha mangiato le arancine un giorno a pranzo, e un altro si è presentato a una cena di gala, impeccabile, abito scuro, abbronzato, un accenno di pizzetto e di baffi, niente saluti, niente foto, figuriamoci i selfie. Un solo, blindatissimo, firmacopie in una libreria taorminese, con divieto di flash. Una vera superstar, accolta come tale, tutto quel parlare di lui mentre lui non dice una parola. Fra le poche che pronuncia, quelle per spiegare che è molto solitario (chi l'avrebbe detto) e che, a differenza di altri colleghi, non gli piace insegnare, mentre ama molto tradurre. Ma, soprattutto, quello che ama di più è scrivere (e infatti un nuovo romanzo è in uscita, negli Stati Uniti).
La gioia della scrittura, appunto, come ha spiegato durante la premiazione, un testimone che raccolgono anche Coe e Gurnah nel corso della serata, spendendo generosamente qualche frase in più per il pubblico, mentre lui è già fuggito. Il fantasma del galà. Murakami però ha confessato che qui a Taormina, invisibile, inseguito e amatissimo, si è sentito felice. E forse ha perfino sorriso, a quel punto.