L’invenzione della scrittura nel Vicino Oriente attorno al 3500 a.C. è stato il più grande rivolgimento intellettuale della nostra civiltà. L’introduzione della stampa a caratteri mobili in Europa nel XV secolo ha segnato l’inizio dell’era della comunicazione di massa. E l’apparizione dell’iPhone nel 2007 a Cupertino, California, ha rappresentato il maggior mutamento antropologico e sociale della storia umana, trasformando un semplice strumento in un’estensione diretta della mente e del corpo umano. Che, con il sopravvento dello schermo sulla parola, può arrivare a spazzare via le conquiste delle due precedenti rivoluzioni: la scrittura e i libri.
«Stai esagerando... sei apocalittico».
Sarà. Però, intanto, afferiamo il nostro smartphone appena svegli, lo fissiamo nel tragitto per andare al lavoro, sprechiamo le nostre serate a guardarlo, è l’ultima cosa che guardiamo prima di addormentarci. Una persona apre lo smartphone in media 140-150 volte al giorno. Vivere senza, sarebbe impossibile: ci serve per guidare, parcheggiare, pagare, lavorare, flirtare, giocare, sapere che tempo fa, accedere al conto in banca, vivere sui social e anche ad aprire la porta di casa. Negli ultimi vent’anni ha trasformato ogni aspetto della cultura umana. Altro che la televisione. Quella almeno teneva insieme la famiglia, lo smartphone l’ha frantumata.
Si chiama dipendenza. Ieri la Commissione europea ha accusato TikTok di usare un algoritmo che favorisce una spirale di contenuti che può alimentare nell’utente assuefazione, ansia e disturbi psicologici. Insomma, chi passa troppo tempo a «scrollare» video su TikTok il crack dello smartphone - finisce intrappolato in un vortice da cui non riesce più a staccarsi. Si chiama rabbit hole la tana del Bianconiglio dove precipita l’Alice di Lewis Carroll e una volta dentro (è un mondo fantastico e spaventoso) non si vuole né si riesce più a uscire.
Già, come se ne esce, visto che in ballo c’è la salute di tutti e un mucchio di denaro di pochi?
La risposta, in realtà, è che non se ne esce. Tra uno schermo e una pagina, la stragrande maggioranza delle persone sceglie lo schermo: la visione di un video esige uno sforzo cognitivo molto minore rispetto alla lettura di un libro. Per il nostro cervello è più facile da assorbire e processare rispetto alle parole.
Però, si può provare a capire come siamo arrivati fino a qui e cosa rischiamo adesso.
Come? Per quanto sia paradossale, leggendo un libro. È quello che abbiamo fatto, con difficoltà, interrompendo la lettura ogni cinque-sei pagine per controllare lo smartphone. E il libro è il nuovo saggio di James Marriott La fine della lettura (Silvio Berlusconi Editore).
Critico letterario e columnist del Times di Londra, neanche trentacinquenne, e infatti il suo approccio non è reazionario e non cede mai all’invettiva tecnofoba, James Marriott prima ripercorre la storia della lettura (quando nel ’700 si assistette a una vera «epidemia di lettura», una passione travolgente che attraversò ogni classe sociale e che gli storici collegano direttamente all’Illuminismo e all’ascesa delle democrazie moderne, o quando nell’800 le città europee in cui circolavano più copie dell’Encyclopédie erano le stesse in cui si registravano il maggior numero di brevetti e innovazioni tecniche, per dire il rapporto stretto fra libri e lettura da una parte e sviluppo dello spirito critico e del ragionamento astratto dall’altro), poi fotografa la crisi dell’attenzione e la trasformazione dei consumi culturali nell’era digitale (la lettura è crollata del 40% nei primi vent’anni del secolo negli Usa, mentre oltre un terzo degli adulti britannici ha smesso di leggere libri; e in Italia è persino peggio); e infine si chiede che cosa rischiamo di perdere quando smettiamo di leggere, ossia: è davvero possibile separare l’atto della lettura dal nostro modo di ragionare e dalla vita civile? E se lo smartphone stesse cancellando non solo un’abitudine culturale, ma la stessa infrastruttura del pensiero astratto, della libertà individuale e quindi della democrazia?
Passaggi che rubiamo al libro di Marriott: «Leggere in una stanza dove c’è la tv accesa è arduo, ma si può sempre cambiare stanza. Con uno smartphone, un’altra stanza non c’è mai». «Quando scrolliamo un articolo o una serie di post sui social, prestiamo meno attenzione, capiamo meno e riflettiamo in modo meno critico su ciò che leggiamo rispetto alla pagina scritta». «Scopo della maggior parte dei contenuti dei social non è di educare né di informare. Non è nemmeno divertire. È semplicemente tenerci incollati allo schermo il più a lungo possibile».
Abbiamo smesso di leggere libri, gli smartphone banalizzano e semplificano la nostra cultura, Netflix sta chiedendo copioni più semplici per permettere allo spettatore di seguire la storia mentre guarda il telefono, la classifica dei bestseller è fatta da manuali di auto-aiuto, romance, gialli e narrativa young adult, il cinema vive di remake e sequel (le storie che si conoscono già sono più facili da capire), la tv è infarcita di programmi rifatti e la scuola invece che alzare l’asticella l’abbassa.
Se la stampa ci diede l’Illuminismo, lo smartphone ci ha aperto la strada al «Disilluminismo». Il futuro post-alfabetizzato cui andiamo incontro non sarà molto diverso dal passato pre-alfabetizzato che credevamo di esserci lasciati alle spalle. Strano poi che i ricchi siano quelli che fanno usare di meno ai figli lo smartphone, i poveri di più. La lotta di classe digitale...
E quindi? Che fare? Senza peccare di snobismo e cedendo qualcosa alla retorica e ai luoghi comuni, non avere paura di ripeterci, come fa Marriott, che «il libro resta uno strumento insostituibile di emancipazione» e che senza il libro le società contemporanee possono scivolare verso nuove forme di diseguaglianza conoscitiva, in cui la sfera pubblica viene ritribalizzata e i linguaggi della politica si semplificano fino a ricalcare le dinamiche di un nuovo oscurantismo. E che ecco una luce di speranza - «lo smartphone non ci ha fatto capire che i libri sono obsoleti. Ci ha dimostrato che sono insostituibili».
E per il resto, la buona notizia, letta subito dopo il libro di James Marriott, è che ad Harvard da qualche tempo c’è un corso di studi umanistici - «Humanities 10» - dove gli studenti devono leggere un classico a settimana (Omero, Dante, Montaigne, Shakespeare, Spinoza, Baldwin, Joyce...), la presenza è obbligatoria a ogni lezione, i dispositivi digitali sono vietati e non si può usare l’Ia per scrivere i saggi e le tesine. Non è un corso obbligatorio ed è molto duro, anzi come dicono i professori: «brutale». Ed ecco il punto: spinta dal passaparola degli ex studenti, la richiesta di iscrizioni è esplosa. Le domande di ammissione quest’autunno sono aumentate del 40%. Chi lo avrebbe detto che, trasformando la lettura in un lusso, tutti la avrebbero desiderata?
