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Letteratura

Con tanto “impegno” abbiamo perso l’eredità di Dante, Foscolo e Manzoni

L’obbedienza alle mode culturali è imperante, ma per ritrovare ancora una vera passione civile dobbiamo rifarci ad autori degli anni Settanta

Immaginazione Gli imponenti «Libri di piombo», opera dell'artista tedesco Anselm Kiefer

Chi oggi volesse leggere un romanzo politico contemporaneo, farebbe molta fatica a trovarlo. Paradossalmente, in una società in cui tanti scrittori si dicono politicamente impegnati, declinando allegramente il proprio impegno in una obbedienza a mode culturali, a un generico antifascismo passe-partout, all’esaltazione acritica della Costituzione (che non è la più bella del mondo, basterebbe leggere quella della Repubblica Romana del 1848 e quella di Fiume), non esiste più in letteratura quella passione politica autentica, fervente che ha animato gli autori italiani dalle origini, da Dante con la sua Commedia e il suo De Monarchia. Lo stesso romanzo italiano nasce essenzialmente politico: Foscolo disse di avere mascherato da romanzo d’amore Le ultime lettere di Jacopo Ortis, scritto in realtà per sostenere la causa politica della libertà, Manzoni adombrò nel romanzo storico la realtà politica che era sotto i suoi occhi di lombardo, dopo che nel suo Adelchi aveva espresso la più decisiva riflessione sulla forza e il diritto, la storia e il potere.

Lo scollamento tra letteratura e politica è oggi totale. Non ci guadagna la letteratura, ridotta a ipertrofia dell’ego, solipsismo, cronaca di devianze, e tanto meno la politica, il cui linguaggio è sempre più basso, trito, conformistico, compromissorio, cieco di fronte alla grandezza delle idee e degli ideali. Per trovare i segni di vere tematiche politiche nel romanzo italiano, sono dovuto tornare indietro di quasi mezzo secolo. E rovistando nella mia memoria e nella mia biblioteca, ho isolato cinque libri, usciti forse non a caso tra il 1961 e il 1971, che prendevano esemplarmente di petto fenomeni e trasformazioni sociali di grande rilevanza, in forme molto diverse sia sul piano stilistico sia sul piano ideologico. Nel 1961, uscì Il giorno della civetta, di Leonardo Sciascia. Più passa il tempo, più tendo a rivalutare, nella mia personale scala di valori, l’autore siciliano, con cui ebbi solo un contatto telefonico, sia pure gustosissimo e felice. Il giorno della civetta appare un romanzo poliziesco, e si apre con la descrizione di un delitto e soprattutto del muro di vergognosa omertà intorno al delitto stesso. Il capitano Bellodi è una figura di investigatore che fa impallidire la folla di commissari venuti dopo nel romanzo italiano. La denuncia della società siciliana e quella dei palazzi romani è severa, ma mite, attenta al fattore umano. E se il mafioso don Mariano Arena, cui si deve la celebre distinzione tra uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà, ha un vantaggio su ministri e onorevoli corrotti, è proprio quella di essere «un uomo» nella considerazione di Bellodi. Che pure lo combatte e dalla dolcezza della sua Parma decide alla fine di tornare in Sicilia: a rompercisi la testa, nella lotta. Un anno dopo, esce La speculazione edilizia di Italo Calvino. Oggi è una delle sue opere meno apprezzate, ma credo che vada riletta proprio perché vi prevale un realismo civile e autoironico, quasi scopertamente autobiografico, poi accantonato nell’opera del grande scrittore ligure. L’intellettuale Quinto Anfossi torna dalla metropoli nella sua piccola città della Riviera e si imbatte nella «febbre del cemento» e conseguentemente in Caisotti, impresario edile venuto dalla montagna e ormai padrone di mezza città, un tipo viscido e truffaldino. Ma Quinto sa che ormai Caisotti rappresenta lo spirito dei tempi molto più del vecchio, fiducioso falegname comunista Masera. La condanna qui è nei fatti. Nella descrizione dell’avanzare di uomini nuovi che spregiudicatamente saccheggiano natura e bellezza per i loro fini di lucro.

Nel 1964 esce Il Padrone, di Goffredo Parise. L’autore, di cui io ho amato particolarmente la nitida ispirazione poetica dei più tardi Sillabari, affronta qui il tema della alienazione, in toni fiabeschi, satirici e crudeli, e mette in scena un padrone, il dottor Max, malinconico e contraddittorio, colto e nevrotico, e la ditta dove è impiegato il protagonista, che appare una immensa trappola mortuaria. E nel 1965 Paolo Volponi, in Memoriale, crea la figura dell’operaio Albino Saluggia, che vive in fabbrica gli aspetti più duri dell’alienazione, quelli che riducono l’individuo a una appendice della macchina. Con i personaggi di Anteo Crocioni in La macchina mondiale e di Gerolamo Aspri in Corporale, libro che mi appare ancora più magmatico, debordante e irrisolto a rileggerlo dopo tanti anni, Volponi, in Olivetti tra il 1950 e il 1971, prosegue con i temi del lavoro industriale, del rapporto con la tecnica, della alienazione mortifera e della corporeità vitale. Nanni Balestrini, infine, nel 1971, fa uscire Vogliamo tutto, in cui dà voce all’operaio-massa Alfonso, campano, vitalistico, scansafatiche, ribelle al sindacato e a tutto, che non lotta per il lavoro ma per abolirlo. Lo ricordo, io che non condividevo quasi nessuna delle posizioni politiche e letterarie di Balestrini pur avendo per lui simpatia e ammirazione, come un libro dalla potenza di uno schiaffo, di un urlo, sguaiato ma liberatorio.

Pochi anni dopo, esce La Storia di Elsa Morante, che lo stesso Balestrini definì «una scontata elegia della rassegnazione», smascherando l’aspetto emozionale e regressivo di quel libro sopravvalutato. E nello stesso arco di tempo, tra il 1972 e il 1975, anno della sua morte, Pier Paolo Pasolini lavora a Petrolio, uscito postumo nel 1992. Romanzo non finito, diviso in appunti e programmaticamente politico (anche se poi a me lettore riaffiora sempre nel ricordo soprattutto l’appunto 55 che racconta vividamente il rapporto orale consumato dal protagonista con venti ragazzi) che registra a suo modo tra satira e invettiva, con foschi richiami danteschi, l’involuzione della società moderna omologata senza più radici contadine, e le oscure manovre economiche intorno all’Eni di Mattei e di Cefis. Se Pasolini fosse sopravvissuto, forse avrebbe scritto lui con Petrolio un grande romanzo politico italiano. Così come lo leggiamo, è lampeggiamento, promessa, informe zibaldone. Documento della sua personale, tragica contraddittorietà.