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Letteratura

Epicuro, il filosofo (ascetico) che amava il puro piacere

Non c’è nulla di più spirituale e ideale dell’edoné ricercata da Epicuro

Epicuro

Il primo degli otto uomini che Nietzsche diceva di fissare negli occhi e di cui sentiva lo sguardo fisso su di sé qualsiasi cosa dicesse o pensasse, era Epicuro.

Lo ricorda Walter Otto nel suo Epicuro, uscito ora per Mimesis (a cura di Giovanna Pirari, pagg. 190, euro 12), che, non a caso, inizia con il sontuoso aforisma 45 della Gaia Scienza, in cui Nietzsche immaginava Epicuro guardare verso un mare biancheggiante, oltre rupi costiere dove il sole riposa, mentre gli animali, piccoli e grandi, giocano nella sua luce. Un locus amoenus e pacato piuttosto strano, almeno pensando a Nietzsche, che, però, aggiungeva come una felicità simile potesse essere immaginata solo da chi ha sofferto senza posa, ed è quella «di un occhio davanti a cui si è placato il mare dell’esistenza».

Perché questo, in fondo, è il segreto di Epicuro, il filosofo più incompreso della storia, erroneamente ricordato per la sua dottrina dell’edonè (il piacere). Come scriveva Otto, non è che un «malevolo fraintendimento» trasformare la ricerca della gioia e del benessere epicurei in un «godimento grossolano dei sensi», e fare di Epicuro un libidinoso materialista votato alla carne. Al contrario, non c’è nulla di più spirituale e ideale dell’edoné ricercata da Epicuro, che, riguardo al sesso, scriveva: «l’unione carnale non ha mai giovato; è già molto se non fa danni». La vera edoné, invece, si raggiunge immaginando un dio incorruttibile e beato, «senza attribuirgli nulla che contraddica l’incorruttibilità o sia incompatibile con la beatitudine», come scrive nella Lettera a Meneceo, vademecum della saggezza di ogni tempo. Un dio, insomma, come conclude Walter Otto che, non si può dimenticare, aveva dedicato proprio a questo tema la sua opera più famosa, Gli Dèi della Grecia che può e deve prescindere dalla fede nell’onnipotenza, dalla provvidenza, dalla giustizia, per essere pensato «con la più pura, disinteressata venerazione». Questo dio o meglio, questi dèi sono ben diversi dalle figure gelose, capricciose e vendicative della religione popolare di cui parlava Lucrezio, che con il De Rerum Natura scriveva, nel primo secolo a.C., il poema epicureo per eccellenza. Gli dèi della religione popolare ma anche il dio dell’Antico Testamento e quello del Nuovo - esigono sacrifici e sono vendicativi: il dio immaginato e venerato da Epicuro, invece, è venerato «unicamente per il fatto che egli è dio». Questa idea di dio potrebbe concedere all’uomo di poter vivere senza turbe metafisiche o imperativi categorici che promettono una lontana e incerta felicità eterna. E in fin dei conti, cos’è il tanto decantato carpe diem di Orazio che, come Lucrezio, era stato ispirato da Epicuro se non un’imperiosa, malinconica esortazione a vivere liberandosi della vuota brama dell’infinito?

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