Ventisette anni di mercato elettrico: l’Italia lo ha liberalizzato promettendo concorrenza, efficienza e bollette più convenienti. Ventisette anni dopo, la promessa sembra ancora tutta da mantenere: chi ha realmente beneficiato di quella trasformazione? È l’interrogativo al centro di La luce tradita, di Filippo Giusto, classe 1949, ingegnere, dal 1975 operatore nel settore elettrico. Il libro ripercorre la storia dell’elettricità italiana, da quel romantico 26 dicembre 1886, quando il Teatro della Scala stupiva tutti illuminandoli di quella che era chiamata, allora, «la luce nuova»; fino ad oggi, con la ricostruzione di flussi economici, scelte politiche e contraddizioni del sistema. La liberalizzazione iniziava nel 1999 con il Governo D’Alema e il decreto Bersani. Durante i governi Letta e Renzi maturarono scelte significative sulle infrastrutture energetiche, tra cui la cessione, perfezionata nel 2014, del 35% di Cassa Depositi e Risparmi Reti alla cinese State Grid per 2,101 miliardi di euro. Un’operazione che non comportò la perdita del controllo pubblico, ma che invita a riflettere. Sono però i numeri a rendere particolarmente significativa l’analisi del libro. Secondo le elaborazioni di Giusto, in dieci anni vi sono stati flussi economici di oltre 125 miliardi di sola Iva, oltre 25 miliardi associati al sistema europeo delle emissioni di CO2 e, infine, gli Oneri generali di sistema, che nel solo 2024 avrebbero superato i 10 miliardi di euro. Risorse enormi, la cui destinazione e i cui benefici Giusto rende comprensibili a ogni lettore.
Ma il conto più pesante è quello che non compare nelle bollette: la perdita di competitività dell’industria italiana. Quando un’impresa paga l’elettricità più dei concorrenti stranieri, riduce i margini, rinvia gli investimenti o trasferisce altrove la produzione. Per uno stabilimento che consuma 10 megawatt, un differenziale di 40 euro al MWh significa quasi quattro milioni di euro di maggiori costi ogni anno. La deindustrializzazione ha molte cause, ma l’energia cara può aggravarla. E se i consumi elettrici calano perché le fabbriche chiudono, non è efficienza energetica: stiamo semplicemente producendo meno ricchezza. Il libro avanza pure alcune proposte: non un nostalgico ritorno al passato, ma una revisione delle regole del mercato, formazione dei prezzi e trasparenza dei flussi economici, affinché i benefici dell’innovazione energetica raggiungano le famiglie e le imprese: l’elettricità non è soltanto una merce, ma soprattutto una condizione essenziale della competitività industriale, del benessere delle famiglie e del futuro economico dell’Italia.
