Hanno vinto loro loro, chi? Di certo, in questo libro, ha vinto lui: Giulio Silvano, giornalista, e ora anche scrittore con il suo brillante e provocatorio esordio in una nuova collana Frassinelli, con un romanzo che avrebbe potuto intitolarsi, ha dichiarato in una intervista di Marco Piscitelli, Hanno vinto sempre loro, gli altri. E invece gli altri e l’ineluttabilità del sempre nell’edizione a stampa (pagg. 246, euro 20) sono caduti ed è rimasto un titolo, Hanno vinto loro, che coltiva il dubbio su chi siano loro. D’altronde, afferma Silvano, nato l’anno della caduta del Muro di Berlino, è compito della letteratura coltivare il dubbio. E così, per esempio, restiamo sino alla fine ad arrovellarci sul fantomatico mistero della sigla B.S. che è il cattivo ma involontario maestro nel romanzo di formazione in cui vediamo crescere un giovane adolescente del nuovo millennio. Non basta rovesciare a specchio le iniziali per rassicurarci che la risposta stia proprio nella figura del Cavaliere S.B., Silvio Berlusconi.
Cresciuto in un angolo di Liguria non ancora stravolto dall’overtourism, in una famiglia ortodossa di una sinistra che fa del buon esempio dei buoni maestri (mamma e papà per primi), una religione capace di rendere insofferenti, l’undicenne coltiva desideri di omologazione che passano anche dal soft power del junk food, così simile, nel cromatismo e nella consistenza, alla bidimensionalità degli adorati fumetti divorati di straforo a scuola e di notte. D’altronde, si chiede: «Perché se il salame di cinta senese, le acciughe di Monterosso, il basilico di Pra, la patata di Pignone, il lardo di Colonnata sono così grandiosi, al Moma ci sono le scatolette di zuppa?».
È la vittoria di un mondo facile a sconcertare la crescita dell’adolescente; la possibilità di trovare un lingotto d’oro e procrastinare così la scelta di un impegno per garantirsi l’agio di una vita in un’altra città mitica, Parigi. «Dopo l’11 settembre, dopo l’euro, dopo l’internet portatile, dopo l’inizio della sorveglianza» scrive Silvano «si poteva essere solo spettatori e consumatori nella corrente»: sembra nascere l’epoca della «contemplazione», dell’«illusione della tecnologia come unico progresso», e della «nostalgia». A vincere, alla fine, sono sempre gli altri, anche se sconfitti: i detestati genitori che hanno vissuto un’epoca verso la quale si prova tutto sommato nostalgia; il cattivo involontario maestro con il suo mezzo sorriso che «dimostrava che quanto avveniva nel mondo fosse intuibile, se non addirittura calcolabile».
