Harold Bloom preferiva i romanzi di Ursula K. Le Guin al Signore degli Anelli. «Ursula Le Guin ha scritto , ben più di Tolkien, ha elevato il fantasy al rango della grande letteratura». Nel Canone occidentale il critico americano inserisce un romanzo di Ursula, La mano sinistra del buio tra le opere decisive del secolo, insieme a Lolita, Herzog, A sangue freddo, Meridiano di sangue e Operazione Shylock.
Il paragone, ad ogni modo, è fuorviante. Quando Tolkien pubblica la saga del Signore degli Anelli, nel 1955, è un uomo di 63 anni che ha fatto la Prima guerra; è prossimo al pensionamento dal Merton College, dove occupa la cattedra di lingua e letteratura inglese. Ursula, nata a Berkley nel 1929, si è da poco laureata alla Columbia in letteratura francese: ha conosciuto il futuro marito, Charles Le Guin, sulla nave che la sta portando in Francia per il dottorato si sposeranno a Parigi. A questo episodio, Le Guin dedica una Meditazione su un matrimonio di avventurosa bellezza («Così abbiamo creato queste terre di nessuno/ incontrandoci dove non sappiamo.../ come spie o pionieri/ che si scambiano notizie a mezza voce/ nella valle dei salici»): piacerebbe a Tolkien. Dopo aver pubblicato una serie di racconti, Le Guin esce con il primo libro, Il mondo di Rocannon, nel 1966 per chi ha confidenza con la sua bibliografia, è il tomo che inaugura il «Ciclo dell’Ecumene».
È vero: dal punto di vista stilistico tra i libri di Tolkien e quelli di Ursula Le Guin c’è la stessa differenza che passa tra l’arazzo di Bayeux e i dripping di Jackson Pollock. Da una parte lo scopo è tessere una storia; dall’altra comporre un rito. Eppure, c’è qualcosa che accomuna questi diversamente straordinari scrittori. Il mito. Costruire un nuovo mito a partire dalla «tradizione». Ciò che li distanzia al di là dell’epoca, dunque della prospettiva è il mezzo. Tolkien è un filologo: possiamo leggere Il Signore degli Anelli come un immane, mirabile pretesto per forgiare le lingue degli elfi, dei nani, delle svariate genti di Arda. Ursula Le Guin è figlia di due insigni antropologi, Alfred Kroeber e Theodora Kracaw, che si sono occupati, tra l’altro, della cosmogonia dei nativi americani Robert Oppenheimer era un amico di famiglia. I romanzi più estremi di Ursula penso a Sempre la valle (1985) sono, di fatto, pure invenzioni antropologiche; in ogni suo libro è peculiare, sempre, la descrizione dei costumi e dei riti di popoli ideati lì per lì, con la grazia di un maestro del vetro e l’arguzia di un entomologo.
Un altro aspetto lega Tolkien a Le Guin. La poesia. I libri di Tolkien sono costellati di inni; nel 1993 l’editore Rusconi ha stampato in tre piccoli volumi stavano sul palmo di una mano le Poesie di J.R.R. Tolkien, una delizia per gli appassionati. Per Le Guin, la poesia fu ossessione prima che passione. Ursula nasce alla letteratura pubblicando una poesia (Folksong from the Montayna Province; era il 1959) e con la poesia si congeda: l’ultimo libro in versi, So Far So Good, è pubblicato pochi mesi dopo la sua morte, nel 2018. Secondo il solito, per lo più infallibile, Harold Bloom quanto ci mancano le sue sofisticate stoccate contro il perbenismo imperante in letteratura le poesie di Le Guin «rappresentano qualcosa di assolutamente originale nella letteratura americana», qualcosa di «inimitabile nella sua unicità» i suoi Collected Poems (novecento pagine che comprendono una folgorante traduzione del Tao Te Ching) occupano lo scranno 368 della «Library of America». Anche in Italia, era ora, ci siamo accorti del genio lirico di Ursula Le Guin: Il mondo mi sognò, io sogno il mondo è un’antologia di versi appena edita da Crocetti nella sgargiante traduzione di Annalisa Crea (con un’introduzione di Harold Bloom, pagg. 198, euro 17). C’è poco da girarci intorno: si tratta di un libro straordinario. La poesia di Ursula Le Guin è sapienziale e sciamanica, possiede qualità visionaria e concretezza linguistica. Nel lungo addestramento lirico Ursula dimostra una vastità di sguardo che sovrasta quella di molti poeti-poeti di oggi: scrive sul volo degli angeli («passatori eterei dei poggi solitari,/ prima di ogni dolore e di ogni verità») e sul Volo 1067 per Los Angeles (epigrafico finale: «Sono la fantascienza dei miei antenati»); scrive di Menadi («più che ubriache,/ arrochite, seminude») e della Donna col carrello della spesa che dorme negli androni; s’immagina un canto precolombiano (11 ottobre 1491) e redige un inno incantatorio Alla pioggia, «madre... multiforme, smisurata»; e ha scritto la più bella poesia sul Primo dell’anno che abbia mai letto; il primo distico è belluino: «Un’ira d’aquila con l’ala rotta/ ribolle nel mio corpo e colpisce alla cieca».
Chi ha attraversato lo straordinario mondo di «Earthsea» Terramare in Italia riconoscerà nelle poesie gli stessi enigmi che agitano quei romanzi: il sacro timore nel maneggiare i nomi (che significa: senso del richiamo e della chiamata, dinamica che lega benedire a obbedire); la sfida contro il caos; il viaggio per sconfiggere il buio interiore; la Meditazione nel deserto («Mortale è la voce come la parola che dice»). Nella poesia più potente del libro, Cercando la mia elegia, Le Guin, per lampi, si svela: «Mi avventurai/ dove la morte è nascita e gli dèi sono animali/ e l’essere scorre attraverso l’essere come il ruscello dalla sorgente/ verso e attraverso i fiumi giù giù fino al mare;/ ma perché disperarsi se la vita si riversa/ in altra vita?». Farsi fiume e vaso, riversarsi in volpe e nube; sognare il dio-bestia che ci sogna continuamente; essere pietra e foglia, Tree and Leaf (per ritornare a Tolkien): questo è il compito dello scrittore. Il resto è affare da scrivani da schiavi, in fondo.
