Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 05:25
Letteratura

Le rime struggenti e perdute di García Lorca

Un foglio ritrovato e datato 1933 spiega l’origine di un grande incompiuto del poeta: “Diván del Tamarit” e con una poesia mai letta prima

Scarica l'ebook di Garcia Lorca a soli 2,99 euro

Si è da poco celebrato il novantesimo anniversario della morte di Federico García Lorca che il poeta raccontano gli amici, Salvador Dalí, Pepín Bello e Luis Buñuel esorcizzava di continuo, a volte gettandosi improvvisamente per terra, chiudendo gli occhi e mimando i movimenti convulsi del corpo agonizzante, mentre diceva: «Ecco come sarò da morto. Fra tre giorni, inizia la putrefazione!». Poi, d’improvviso, si alzava e scoppiava a ridere.

Possiamo immaginare il terrore vissuto da Lorca quando la notte del 17, 18 o 19 agosto del 1936 (la data resta ancora incerta) è condotto dai gendarmi falangisti, insieme a tre sventurati compagni, verso i burroni di Alcafar, a pochi chilometri da Víznar, un paese vicino Granada, e lì barbaramente fucilato. Juan Luis, figlio del regista Buñuel, mi ha raccontato che il padre, mentre girava il film Tristana presso Toledo, in un giorno di pausa, gli chiese di condurlo a Granada e poi a Víznar, dove attese che scendesse la notte per percorrere il cammino che va dalla Colonia, la casa prigione dove era richiuso il poeta, verso Alcafar. Per tutto il tempo del viaggio il padre restò in silenzio; solo al ritorno, visibilmente commosso, disse: «Che cosa deve aver sofferto Federico, sapendo che andava a morire!».

Questo preambolo conduce al libro postumo di Lorca, Diván del Tamarit, composto da gacelas e casidas, forme liriche della poesia arabo-persiana, a cui il poeta rende omaggio, dove le prime esprimono la passione e il tormento amoroso, mentre le seconde traducono una dimensione più riflessiva, legata alla natura e agli oggetti emblematici. Tutto però gira intorno all’impossibilità di amare, desiderio assoluto non soddisfatto che crea nel poeta sofferenza e senso di perdita. In questo senso, il Diván è un libro intimo e doloroso che canta la consapevolezza della fragilità della vita e la difficoltà di raggiungere ciò che si desidera.

Ora giunge dalla Spagna una notizia importante: il cantaor catalano Miguel Poveda, grande appassionato di Lorca, che ha acquistato presso un antiquario in Germania il manoscritto della lirica Gacela de la raíz amarga, appartenente al Diván, ha scoperto che sul retro del foglio della poesia ci sono, sempre manoscritti, altri versi rimasti sconosciuti. Ricordiamo che in quella gacela il poeta canta l’amore vissuto come esperienza dolorosa, dove la parola raíz, radice, indica il sentimento che penetra dentro come una radice amara.

Il manoscritto inedito è datato 1933, il periodo in cui Lorca lavora al libro del Diván del Tamarit, di cui corregge le bozze, ma che non pubblica a causa dello scoppio della guerra civile spagnola. Il poeta vive una stagione di grande sperimentazione, nella quale la poesia amorosa, il desiderio e la morte sono motivi fondamentali.

Una recente analisi della grafia del testo inedito, effettuata dai periti dalla società Tintaverum di Granada, ha concluso che il manoscritto è di Lorca e non presenta segni di manipolazione o falsificazione; ciò rafforza considerevolmente l’attribuzione, anche se la discussione filologica non è destinata a chiudersi qui. Il testo è da poco apparso nel volume Las cosas del otro lado. Lo inédito en Federico García Lorca, a cura di Miguel Poveda e Pepa Merlo, nota scrittrice e studiosa dell’opera del granadino. La poesia autografa, La raíz amarga, con dedica e firma, scritta a Madrid nel 1933, recita: «C’è una radice amara / e un mondo di mille finestre. // Né la mano più piccola / rompe la porta dell’acqua. // Dove vai? Dove, dove? // C’è un cielo di mille finestre / battaglia di livide vespe / e c’è una radice amara. // Amara. // Duole nella pianta del piede, / nell’interno della faccia, / e duole anche nel tronco fresco / della notte appena tagliata. // Amore! Nemico mio. / Mordi la tua radice amara!».

Nel retro della pagina leggiamo:

«Canta l’orologio // Conto / macchinalmente le ore. // È lo stesso / le sette che le dieci (questi due versi sono stati i barrati dal poeta ndr)// Io non sono qui //

(maggiore)// È il segno della carne / che io lasciai, nel partire / per conoscere il mio posto / al ritorno».

I nuovi versi formano all’inizio una linea unitaria, creata dall’analogia della C iniziale, presente nelle parole Canta e Conto, che indica la percezione del tempo attraverso l’immagine dell’orologio. Lorca, insomma, in questa fragile poesia inedita sperimenta nuove forme di rappresentazione del suo malessere esistenziale, che in altri componimenti del Diván hanno una voce diretta: sono protesta e lamento per la mancata corrispondenza della persona amata. Come leggiamo in Del recuerdo de amor, che si apre con questi dolorosi e struggenti versi che recitano: «Non portar via il tuo ricordo. / Lascialo solo nel mio petto, // tremore di bianco ciliegio / nel martirio di gennaio».

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.