Ricordo quando, più o meno undicenne, mi fu regalato un intrigante gioco di società, The Battle of Little Big Horn, in cui ai contendenti si chiedeva di schierare i soldatini del 7° Cavalleggeri del generale Custer oppure gli indiani Lakota dai colori di guerra di Cavallo Pazzo, con i loro splendidi cavalli pezzati. I miei rudimenti della lingua inglese erano primitivi e ho il sospetto che a quella scatola facesse difetto qualche pezzo perché non capii mai come si giocasse. Poco importa. Comunque si fossero posizionate le parti in campo, il senso della storia non lo si sarebbe potuto invertire: la battaglia del Little Big Horn, svoltasi il 25 giugno 1876 in una riarsa prateria del Montana, fu il più grande smacco nella storia degli Stati Uniti prima di Pearl Harbor.
Uno sfregio all'orgoglio nazionale. E, se non ebbe le stesse ripercussioni sull'immaginario collettivo dell'America bianca, segnò un punto di non ritorno. Custer (Einaudi, traduzione di Gaspare Bona, pagg 120, euro 17) è la breve biografia dedicata dal premio Pulitzer (e Oscar) Larry McMurtry, autore del capolavoro assoluto western Lonesome Dove, a una delle figure più controverse nella storia del West, il generale George Armstrong Custer, Lunghi Capelli, come lo chiamavano Sioux e Cheyenne. E dire che quella chioma bionda se l'era tagliata la sera prima della battaglia in cui perse la vita insieme a circa 250 soldati, al punto che i suoi nemici inizialmente non si resero nemmeno conto di averlo ucciso.
Non ho mai incontrato McMurtry, pur avendo tradotto due suoi romanzi, ma conservo tuttora una lettera autografa in cui rispose ad alcune mie domande proprio per il Giornale. La posta elettronica non gli piaceva. Una cosa di lui penso di averla colta. Le sue ossessioni: i libri e la storia del West.
Nella sua personale ricostruzione di un periodo nella storia degli Stati Uniti che gli stava molto a cuore, McMurtry fa un costante riferimento a quella che, a suo dire, è la triade delle icone del West: Cavallo Pazzo, Billy the Kid e, appunto, il Generale Custer. Ma non tutte le ciambelle escono col buco e, con il libro Cavallo Pazzo, McMurtry ha deluso le mie aspettative, dimostrando, se mai ce ne fosse stato bisogno, che per scrivere una storia alternativa degli Stati Uniti, cioè quella dei nativi, non basta fare il compitino, ma serve calarsi in un modo di ragionare completamente diverso. Non a caso, come peraltro ci ricorda lo stesso McMurtry in Custer, le nazioni indiane erano numerosissime come le lingue parlate dai nativi, le comunicazioni tra loro e tra loro e l'uomo bianco erano assai complicate e una frase che per un bianco indicava un concetto, per un pellerossa spesso ne segnalava un altro di segno quasi opposto. Cavallo Pazzo, evidentemente, è ben più sfuggente e difficile da interpretare del più candido George Armstrong Custer.
Quest'ultimo era abituato a ben altri scenari bellici, avendo combattuto in una Guerra civile che aveva fatto 750mila morti. E per lui gli scontri con i nativi erano poco più che scaramucce con dei selvaggi.
Le sue numerose biografie ce lo restituisce come un militare dotato di scarso acume tattico ma di un certo coraggio secondo i più, mera avventatezza riottoso, narcisista, inviso ai colleghi. In più di una occasione, avrebbe mostrato scarso spirito di corpo, abbandonando al proprio tragico destino sottoposti da lui inviati in missioni quasi suicide. D'altra parte, spirito di corpo e disciplina sono le prime due qualità che un leader militare dovrebbe avere. Considerato che Custer all'Accademia di West Point si era piazzato trentaquattresimo su trentaquattro cadetti, qualche indicazione sulla sua idoneità a rivestire ruoli di comando la si può trarre.
Quando McMurtry si spinge a dire che «Custer era significativamente privo di ciò che il resto del mondo chiamava coscienza. Non aveva alcuna capacità di empatizzare con il dolore e la sofferenza altrui», il quadro si fa più chiaro. Custer era una testa calda, insomma non il negoziatore più adatto a trattare con leader indiani ermetici nella migliore delle ipotesi, per il resto riottosi e recalcitranti se non assolutamente enigmatici. Proprio quello che gli era stato chiesto di fare quando la situazione nelle Black Hills, invase da torme di cercatori d'oro, si era fatta insostenibile. E la politica del tempo aveva scelto lui, un malato del gioco d'azzardo e, dunque, avvezzo a prendersi rischi sconsiderati.
Il presidente Ulysses Grant lo detestava e solo il generale Philip Sheridan gli accordò fiducia. Non a caso, Grant del disastro del Little Big Horn ebbe a dire: «Considero il massacro di Custer un sacrificio di soldati da lui stesso causato del tutto innecessario».
La disfatta a cui andò incontro, sordo a ogni tentativo di dissuaderlo dal marciare verso una morte certa, fu la sconfitta di Custer, della nazione e pure degli stessi indiani, per le furiose rappresaglie a cui l'opinione pubblica sconvolta costrinse Washington a sottoporli.