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Millet, se la letteratura non diventa un reparto dell’umanitarismo

Millet fu trattato come un appestato perché aveva osato dire che la letteratura non deve diventare un reparto dell'umanitarismo ufficiale. Oggi una fiera del libro pretende di sapere se un editore ha l'anima in regola

Millet, se la letteratura non diventa un reparto dell’umanitarismo
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Alla prossima fiera «Più libri più liberi» di Roma, per vendere libri, non basterà più pagare uno stand ed esporre i propri prodotti, bisognerà produrre il certificato dell'anima: la dichiarazione di antifascismo. Una sorta di modulo della purezza creato dagli ennesimi sacerdoti del Bene, che invece di occuparsi di organizzare bene una manifestazione e di aiutare gli editori a vendere libri, vogliono dell'eresia, della libertà di leggere anche ciò che ci irrita, si trasforma in una dogana ideologica dove si controlla se l'editore è abbastanza buono per esporre libri.

In questa miseria burocratica torna alla mente Richard Millet. Non un matto della rete, non un agitatore da talk show, ma uno dei grandi scrittori francesi contemporanei e, soprattutto, un formidabile editor della Gallimard, chiamato persino «fabbrica dei Goncourt» per la capacità di selezionare romanzi vincitori del più importante premio letterario francese. Poi, però, questo gigante del mondo delle lettere ha scritto quello che non si doveva scrivere. Ha toccato immigrazione, identità, decadenza europea, multiculturalismo, industria culturale. E l'ha fatto «da destra». E allora il mondo letterario francese l'ha espulso, l'ha cancellato dal proprio ambiente.

Liberilibri ha pubblicato due testi di questo uomo libero: L'antirazzismo come terrore letterario e Lingua fantasma. Entrambi hanno contribuito in maniera decisiva a ostracizzarlo dal mondo che tanto l'aveva coccolato. E perché mai? Il motivo è semplice, in quei libri, tosti e radicali, su cui certo si può non essere d'accordo, diceva cose che a quel mondo non piaceva. Eppure quei libri di Millet, indipendentemente dal fatto che li si condividesse o meno, avevano visto prima degli altri la metamorfosi del Bene in apparato di controllo. Avevano capito che parole apparentemente incontestabili antirazzismo, antifascismo, inclusione, diversità possono diventare strumenti di esclusione, manganelli lessicali.

Millet fu trattato come un appestato perché aveva osato dire che la letteratura non deve diventare un reparto dell'umanitarismo ufficiale. Oggi una fiera del libro pretende di sapere se un editore ha l'anima in regola, secondo non si sa quale criterio stabilito da quale autorità morale, per poter esporre i propri libri e far conoscere le proprie idee. Allora, i libi di Millet non parlavano solo della Francia. Parlavano di noi, dell'ambiente culturale di questo Paese che non crede nella libertà, che è prigioniero di insopportabili circoletti autoriferiti, che occupa questi spazi miserabili di potere organizzativo con la stessa pervicacia e ideologismo di un Minculpop fuori tempo massimo.

Come altro potrebbe definirsi un «mondo culturale» che non vuole più libri provocatori, anche estremi, ma con cui discutere e confrontarsi anche duramente, ma solamente editori che esibiscano il loro certificato di bontà? Questi non vogliono idee vive, ma coscienze timbrate con le parole da loro scelte.

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