All’indomani dell’11 settembre, mentre l’Occidente accendeva candele e si scopriva tutto americano, uno scrittore francese prese la penna e scrisse ai terroristi. Per consolarli. Non abbattetevi, spiegava in sostanza, se le vostre bombe e il vostro culto della morte non hanno cambiato nulla: a smontare la nostra civiltà ci stiamo già pensando noi, da decenni e con zelo maggiore. La chiusa era un capolavoro di umorismo nero: «Vinceremo perché siamo i più morti».
Lo scrittore si chiamava Philippe Muray e sarebbe morto il 2 marzo 2006, a sessant’anni, di un cancro ai polmoni che il cigarillo perenne aveva aiutato parecchio. Vent’anni dopo la Francia lo celebra (la Revue des Deux Mondes gli ha appena dedicato un numero) e lo cita a ogni piè sospinto. In Italia quasi nessuno sa chi sia. Era un uomo appartato, in giacca e cravatta tra i capelloni del dopo Sessantotto. Per non dipendere da nessuno scrisse sotto pseudonimo decine di gialli erotici, rifiutando sia la cattedra sia la redazione di un grande giornale. Lesse tutto, dai Padri della Chiesa a Céline, e mise sopra ogni cosa Balzac. Nel 1981 il suo Céline rifiutò di separare il romanziere geniale dal pamphlettista antisemita, scandalizzando chi voleva tenersi il primo e dimenticare il secondo: per Muray c’era in entrambi la stessa furia distruttrice. Balzac era un’ossessione quotidiana: per entrare nel palazzo dove visse quasi vent’anni con la compagna, Anne Sefrioui, si digitava il codice 1834. È l’anno in cui Balzac ebbe l’idea di far ricomparire gli stessi personaggi da un romanzo all’altro, l’invenzione che tiene insieme la Commedia umana. All’inizio degli anni Ottanta, Muray riceve una lettera: «Venga qui a Stanford». Firmato: René Girard. Difficile rifiutare. In America, scoprì Homo festivus: un mutante che ha abolito la storia e vive in una festa permanente, fatta di Pride, notti bianche e spiagge artificiali sulla Senna. La sua capitale è Cordicopoli, la città del cuore, dove si piange in pubblico e si denuncia in privato, popolata di ammutinati che si ribellano in gregge come le pecore di Rabelais. Il morbo che vi circola è l’envie du pénal, la voglia di codice penale che storpia l’invidia del pene freudiana: ogni disagio pretende una legge, ogni legge una festa. Sembra la diagnosi di un moralista cupo. È il contrario. Muray è uno degli scrittori più divertenti del Novecento francese, e il suo riso è scorretto per vocazione, non per posa. Già nel 1991, quando la parola politically correct in Europa la conoscevano in pochi, segnalava che in certe università americane si poteva essere espulsi per aver «riso in modo inappropriato», e osservava che «inappropriato» era semplicemente la definizione del riso stesso.
Del riso aveva perfino una teologia. La prima gag della storia, scriveva, è la cacciata dal paradiso: Adamo ed Eva vogliono diventare come dèi e finiscono lunghi distesi, come l’uomo che scivola sulla buccia di banana. Si ride sempre di una caduta involontaria. L’uomo di oggi invece cade apposta, ne va fiero e chiama ogni capitombolo «progresso» o «nuovo diritto». Viviamo in una società comica che non sa ridere di se stessa. Il suo metodo era semplice e crudele. «Basta citare testualmente per fare caricatura», diceva. Quando elencò i nuovi mestieri creati dal governo Jospin (agenti d’ambiente, coordinatori della prima infanzia, accompagnatori di detenuti, mediatori di ogni genere) non inventò nulla, copiò. Fabrice Luchini lesse poi quella pagina a teatro davanti a un pubblico progressista che si sbellicava, ignaro di ridere di sé stesso. Nessun bersaglio era protetto: la gauche e la droite, i preti modernizzati e gli atei devoti, i ministri della Cultura e i comici di Stato.
In Italia di Muray si trovano due libri. L’impero del bene, uscito in Francia nel 1991, è arrivato da Mimesis molto più tardi. Cari jihadisti l’ha pubblicato Miraggi. Tutto il resto, manca. È un peccato. Abbiamo avuto Flaiano e Longanesi, che sapevano ferire con una frase, e il Pasolini corsaro che Muray lesse con entusiasmo annotandolo nel diario. Eppure il riso cattivo, quello che non chiede scusa, da noi è diventato un genere sospetto.
