Molti anni fa fui colto da una di quelle rare, folgoranti rivelazioni della bellezza che lasciano ammutoliti e sospesi in uno stato di choc.
Nella mia memoria balena ancora oggi, come un’evocazione incerta, remota e forse persino sognata, l’immagine vivida di un’enorme vasca imperiale custodita all’interno dei Musei Vaticani: un’opera immensa e solenne, capace di riempire e dominare da sola un’intera sala, rimasta impressa nella mia mente unicamente sotto forma di figura, forma e pura sensazione. Era scolpita nel porfido, un delirio rossa porpora, e mai più in seguito mi è capitato di ritrovare quel colore così profondo, denso e perturbante sprigionarsi in modo tanto naturale dalla pietra grezza.
Per moltissimo tempo non ne ho saputo più nulla, né ho più ritrovato traccia di quel fascino ipnotico e minerale, fino a quando non mi è casualmente capitato tra le mani un piccolo e straordinario libro scritto da Filippo Tuena, uno dei nostri maggiori e più raffinati autori contemporanei. In questo denso testo il porfido veste i panni del protagonista assoluto, tanto che a una prima e superficiale lettura potrebbe sembrare una colta e rigorosa ricostruzione dei suoi usi storici e dei suoi complessi significati nella storia dell’arte; si tratta tuttavia di una mera illusione ottica. Non appena ci si addentra nella lettura si comprende con chiarezza che ci troviamo di fronte a una verità latente e misteriosa, qualcosa che può forse essere estratto a fatica dalla realtà refrattaria della pietra, ma per farlo occorre percorrere una via insidiosa, ricca di deviazioni e dove fioriscono continui enigmi.
Cimitero dei porfidi (pubblicato con cura da una casa editrice attenta e interessante come Oligo) si rivela una narrazione preziosa, colta e intimista, concepita originariamente quasi come un dono riservato a una stretta cerchia di amici; ed è esattamente così che ci si sente sfogliando le sue pagine: calorosamente accolti in un cenacolo ristretto.
Tuena dà prova di un’autentica e matura maestria coordinando un racconto deliberatamente privo di una trama convenzionale, sorretto unicamente dal filo conduttore del tempo e dal destino epico del porfido. L’autore ne ripercorre con grazia l’intera parabola storica e simbolica, raccontando con straordinaria accuratezza scientifica e slancio poetico la loro emersione dalle viscere più oscure della materia minerale fino alla conquista della monumentalità imperiale e al loro inevitabile, malinconico declino.
In questo denso volumetto ci si imbarca in un vero e proprio viaggio poetico, reso con una forma narrativa viva, autonoma e di rara originalità espressiva. Nelle sue pagine trovano un perfetto equilibrio diverse modalità di scrittura, dando vita a un’autentica polifonia in cui la narrazione rifiuta con decisione lo schema rigido e piatto della progressione cronologica. Più che lo svolgersi lineare di una vicenda, a scandire il ritmo interno e il respiro profondo del testo sono i continui cambi di registro, le raffinate sfumature di tono e un’incredibile capacità di muoversi fluidamente tra evocazione personale, riflessione filosofica e pura suggestione visiva.
Versi, immagini, appunti di viaggio, sogni, citazioni ed echi eruditi si dispongono e si intrecciano all’interno di un ricco tappeto espressivo che il lettore è chiamato a fissare a lungo per poterne cogliere i possibili, mutevoli disegni. Viene da chiedersi se Tuena non sia, in fondo, l’inventore di un nuovo e affascinante tipo di barocco contemporaneo in letteratura, dove la pregnanza, la densità e l’eterogeneità dei materiali accostati in modo inaudito offrono una nuova, traumatica rivelazione del significato profondo della realtà.
E infine ci sono i luoghi emblematici di questa geografia Roma, Costantinopoli, Firenze, Palermo , ma l’impressione dominante è che non si tratti affatto di una semplice realtà storica o topografica, bensì dei tasselli di una suggestiva mappa dell’Altrove. Con una sorta di raffinata trasmutazione alchemica, Tuena riesce infine a sollevare l’immane tragedia e l’insopportabile gravità del tempo che tutto distrugge, trasfigurando la materia minerale e pesante nel pulviscolo aureo e impalpabile della bellezza.
