Provate a discutere di immigrazione, sicurezza o scuola senza che qualcuno vi impartisca una lezione di empatia. Potete portare numeri, confrontare risultati, indicare contraddizioni: prima o poi arriverà il rimprovero decisivo. Non sapete mettervi nei panni degli altri. Partita chiusa, siete cattivi. L’empatia è diventata il certificato di rispettabilità con cui si entra nel dibattito pubblico e il sistema più comodo per evitare di discutere ciò che accade davvero.
Gad Saad, importante psicologo canadese, dedica a questo cortocircuito Empatia suicida. Morire per essere gentili, pubblicato da Liberilibri. Fin dalla prefazione è una requisitoria contro una società che ha trasformato una virtù in un meccanismo di autodistruzione. La domanda è controintuitiva: e se certe politiche facessero disastri proprio perché chi le sostiene è troppo impegnato a sentirsi buono per occuparsi dei risultati?
Prima di scandalizzarsi, conviene capire il punto. Saad riconosce all’empatia un ruolo essenziale nelle relazioni umane. Se un amico soffre, se vostro figlio ha paura, se un medico deve ascoltare un paziente, comprendere ciò che prova l’altro è prezioso. Il guaio comincia quando trasferiamo questa disposizione sul terreno dell’analisi sociale e le affidiamo il governo della realtà.
Nella prefazione Saad mette in fila le gerarchie rovesciate di questa bontà: i sentimenti sopra la verità, il criminale davanti alla vittima, l’occupante davanti al proprietario, l’inclusione prima del merito.
È qui che la faccenda diventa interessante. L’empatia suicida non è soltanto un eccesso di sensibilità: arriva a stabilire che cosa sia lecito conoscere. Se un fatto disturba la rappresentazione del mondo che ci rende virtuosi, quel fatto diventa inopportuno. Se un dato contraddice una buona intenzione, il sospetto cade sul dato. La propria aspirazione al bene prende il posto della verità, con il vantaggio che chi contesta l’operazione può essere liquidato come una persona spregevole. Una meravigliosa assicurazione contro qualsiasi verifica.
Per Saad l’empatia suicida è ormai il male strutturale dell’Occidente: una società che, pur di sentirsi buona, finisce per delegittimare tutto ciò che le permette di esistere, dalla difesa dei propri cittadini al riconoscimento del merito, fino alla libertà di dire una verità sgradevole. La sua diagnosi è impietosa: abbiamo trasformato una virtù in un impulso all’autodistruzione E una civiltà che si vergogna di difendere le condizioni della propria sopravvivenza rischia di scomparire congratulandosi con sé stessa per la propria bontà.
