Leggendo “Le dieci parole tradite” (Solferino) di Venanzio Postiglione, c’è un dettaglio che colpisce subito: non è l’ennesima lamentazione sul declino, ma l’ambizione - quasi ostinata - di rimettere in ordine il lessico con cui proviamo a restare civili. Perché qui la posta in gioco non è l’opinione del giorno, ma la materia prima delle opinioni: le parole. E quando queste si sbriciolano, non è la grammatica a soffrire. Siamo noi.
Il vicedirettore del Corriere della Sera prende dieci termini che dovrebbero funzionare come fondamenta — democrazia, felicità, fraternità, libertà, misura, pace, parità, pianeta, talento e verità — e li tratta come si trattano le cose serie: li riporta all’origine, ne segue le torsioni, li mette davanti allo specchio del presente. Il risultato è un saggio che si legge con la scorrevolezza del giornalismo quando è giornalismo di qualità (fatti, esempi, connessioni), ma con l’ossatura della cultura quando la cultura non si limita a fare arredamento. È dichiaratamente un viaggio “dall’etimologia ai simboli” fino alla politica di oggi. E soprattutto è un richiamo: se affossiamo il valore delle regole e dei significati, resta una giungla ben più concreta e meno letteraria di quanto sembri.
L’incipit è un colpo ben assestato: ieri la verità aveva bisogno di testimoni e di prove, oggi è costretta a difendersi persino dalle immagini, in un mondo dove il falso si traveste da vero con una facilità disarmante. Non è solo un espediente narrativo: è una dichiarazione di metodo. Postiglione suggerisce che, prima ancora di discutere su “cosa pensiamo”, dobbiamo tornare a capire “di cosa stiamo parlando” — e quindi nominare bene, distinguere, pesare. Sembra banale, pleonastico, ma è precisamente ciò che manca quando il dibattito pubblico diventa un’arena: si urla, si semplifica, si consuma. E la parola finisce per significare il suo contrario.
La forza del libro sta anche nella struttura: ogni capitolo funziona come un dossier agile, con una promessa implicita al lettore. C’è un’energia da cronista che ha visto passare i grandi temi sul campo e che rifiuta di archiviarli come filosofia: democrazia non è una parola da convegno, è un oggetto fragile; felicità non è solo un fatto privato, è un bene pubblico; misura non è un vezzo d’altri tempi, è un freno che salva. E qui si capisce perché il tono resta, sì, allarmato, ma non disperato: l’autore insiste che queste parole sono smarrite più che cancellate. Tradotte male, usate male, strapazzate. Però non fuori portata.
Il giudizio, dunque, è nettamente positivo: “Le dieci parole tradite” è un libro utile, anzi necessario perché non si limita a diagnosticare ma offre strumenti. È attuale senza essere prigioniero dell’attualità, colto senza atteggiarsi a cattedra, militante nel senso migliore (difende un’idea di civiltà, non tesi talebane quanto stolte) senza scivolare nella propaganda. In un tempo in cui sembriamo capaci di discutere di tutto tranne che di ciò che conta davvero – anche perché moderazione e moderatori sembrano svaniti nel nulla – questo saggio fa una cosa semplice e rara: chiama le cose per nome e ci chiede di farlo con lui, meglio, con più responsabilità.