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“Le persone che incroci nella vita non arrivano mai per caso”: il viaggio nel cuore di Francesco Sole

Lo scrittore ci accompagna nel mondo di Cesare Rinaldi, nel suo nuovo romanzo “I giorni in cui ho imparato ad amare”

“Le persone che incroci nella vita non arrivano mai per caso”: il viaggio nel cuore di Francesco Sole

“Il giorno in cui impari ad amare” - dice Francesco Sole - ti regala una consapevolezza spietata”. E proprio da questa consapevolezza nasce I giorni in cui ho imparato ad amare, (Sperling & Kupfer) il nuovo romanzo dell’autore modenese, dove la storia di Cesare Rinaldi ci guida attraverso fughe, ritorni e seconde occasioni. Cesare ha sempre avuto un talento speciale, quello di scappare. Dalla sua città natale sulle colline toscane, dai ricordi dolorosi, dalle responsabilità e persino dall’amore stesso. Una vita in fuga che si interrompe quando la morte del padre e la crisi dell’azienda vinicola di famiglia lo costringono a tornare a casa, affrontando finalmente tutto ciò da cui aveva cercato di sottrarsi. Tra vecchi ricordi, desideri mai dimenticati e incontri che sembrano guidati dal destino, Cesare scopre che il vero viaggio non è scappare, ma imparare a viaggiare sulla frequenza dell’amore, un ritmo condiviso, dove amare non significa inseguire o proteggersi, ma coordinarsi con chi abbiamo accanto.

Nell’intervista a ilGiornale, riflette sul “cuore” e sulle scelte romantiche, partendo dall’idea che “l’amore non capita, lo scegliamo”, fino ad arrivare alla consapevolezza che il passato non è solo una zavorra ma può diventare un prezioso “kintsugi”, una lezione che trasforma le ferite in gioielli. Racconta del senso di colpa, della paura di restare, del prezzo dell’isolamento emotivo e dell’importanza di imparare a perdonare sé stessi prima degli altri. Tra desideri, rimpianti e piccoli momenti di vita quotidiana, Sole ci mostra come crescere e imparare a stare nel mondo sia possibile, anche dopo delusioni e perdite.

Partirei da questa frase: “Le persone che incroci nella vita non arrivano mai per caso”, è davvero così?

“Mai. Non credo nel caso, credo nella responsabilità romantica. Le persone possono anche arrivare per una coincidenza, ma non restano per quello. Restano perché scegliamo di sceglierle. Può sembrare uno scioglilingua ma è la realtà più semplice del mondo, l’amore non capita, l’amore lo scegli”.

Cesare, il personaggio del suo libro ha un grande talento, quello di “scappare”: secondo lei si può davvero considerare un talento?

“Siamo cresciuti con l’idea che in amore vinca chi fugge, e così per molti il “farsi desiderare” è diventato un talento seducente. Ma, come tutte le provocazioni, resta affascinante solo finché dura poco. Nella vita, come nel lavoro, le relazioni che funzionano sono quelle che ti fanno sentire al centro del mondo. E quella non è fuga, è considerazione”.

Si può, secondo lei, fuggire dal nostro passato per sempre?

“Cesare è convinto che dal passato si possa scappare. Cambiare città, tagliare i capelli, cambiare numero. Per lui basta non parlarne e il passato smette di esistere. Io la penso più come la sua antagonista Alessandra, che nel romanzo la vede diversamente. Per lei non si può fuggire dal passato. Si può solo cambiare il modo in cui lo si racconta e un po' di kintsugi (un’antica tecnica giapponese di restauro della ceramica che consiste nel riparare oggetti rotti utilizzando una lacca mescolata a polvere d’oro che rimane ben visibile nella crepa) fa sempre bene. Finché lo vivi come una ferita, ti condiziona. Quando diventa una lezione, improvvisamente fa curriculum. Nel lavoro come nell’amore, il passato è zavorra o gioiello. La differenza non è quello che ti è successo, è come lo presenti al prossimo colloquio”.

Descrive l’amore come una “frequenza” su cui viaggiare. Come nasce questa metafora e perché l’amore ha bisogno un ritmo preciso?

“L’idea della “frequenza” mi è venuta in Vietnam, salendo su una canoa. In due si sale leggeri, innamorati, convinti che basti la corrente. Poi scopri che se uno smette di pagaiare, l'altro fatica il doppio, scopri che se si rema in direzioni opposte non si va avanti, ma si gira in tondo. L’amore è questo; un ritmo condiviso. Non vince chi rema di più. Vince chi segue il tempo dell’altro. Amare sulla stessa frequenza non è magia. È coordinazione”.

Quanto del viaggio di Cesare verso l’amore e la maturità rispecchia sue esperienze personali o osservazioni sulla vita reale?

“Per me scrivere è terapia. La chiamo “libro-terapia”. Non metto la parola fine a un romanzo finché non ho chiuso una ferita. Cesare non è la mia biografia, ma una mia zona irrisolta. Ho visto uomini brillanti sabotare la loro vita per paura dell’amore. L’ho fatto anch’io. Parliamo sempre di trovare la persona giusta, come se fossimo segugi. Ma l’amore non è cercare, è diventare. Avevo bisogno di capirlo”.

Il “caso”, come l’incontro del suo protagonista con una psicologa, sembra un po’ guidare il destino della storia; siamo “destinati” a soffrire per evolverci?

“Non siamo destinati a soffrire. Siamo destinati a scegliere. La sofferenza non è un destino. È spesso il risultato di scelte che non abbiamo avuto il coraggio di fare prima. Il karma è poetico, sì, ma le bollette emotive arrivano puntuali. La buona notizia? Si può imparare a fare una scelte migliori. E, come direbbe Cesare, nel frattempo anche un bicchiere di vino aiuta. Un brindisi, e si riparte”.

Quanto è importante il nostro passato per il nostro futuro?

“È una valigia piena di troppe cose e non tutte ci servono per dove vogliamo andare. A volte partire senza niente può essere rischioso, ma meravigliosamente liberatorio”.

È possibile scappare dall’amore? A quale prezzo?

“Sì, si può scappare dall’amore. Il prezzo è diventare spettatori della propria vita invece che protagonisti. La paura dell’amore ti protegge nel breve periodo. Ma nel lungo periodo ti isola”.

La storia che ha scritto, alterna momenti di desiderio, rimpianti e crescita personale. Qual è la sfida più grande nello scrivere emozioni così intense senza cadere nel melodrammatico?

“Non voler stupire nessuno. Niente colonna sonora, niente zucchero a velo sulle frasi. Se un’emozione regge solo con i violini, non è vera. I miei romance devono lasciare un segno in chi legge, non un pitch per Netflix, non scrivo per il trailer. Scrivo di chi fa l’amore sulle ortiche, non su un letto di rose. Di chi si macchia la camicia di vino e non si scusa. Di chi è ubriaco di rimpianti ma ha ancora sete”.

Nel libro parla di perdono e seconde occasioni. Per lei, il perdono è un atto più rivolto agli altri o a sé stessi?

“Il perdono è un atto egoista nel senso più sano del termine. Non libera l’altro, libera te e il tempo che stai sprecando. Trattenere rancore è come tenere un investimento in perdita per orgoglio”.

Quanto il “senso di colpa” è presente nella sua storia?

“Il senso di colpa è l’illusione di poter cambiare ciò che è già successo. L’inutile tentativo di controllo sul passato. Nel libro è molto presente, perché è il vero motore delle fughe di Cesare”.

Quale messaggio vorrebbe che i lettori portassero con sé dopo aver chiuso il libro, soprattutto chi sta vivendo

una delusione o una perdita?

Il messaggio del libro non è “andrà tutto bene”, ma è: “puoi scegliere di crescere anche quando non è andata come volevi. Lascia andare ciò che deve andare. Ma non lasciare andare te”.

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