Conosciamo tutti le qualità di energia espressiva e di profonda innovazione dell’opera di Luigi Pirandello (1867-1936). Ma che uomo era l’autore di Sei personaggi in cerca d’autore? A questa domanda risponde sin dal titolo il nuovo libro di Annamaria Andreoli Io Pirandello uomo del caos (Rizzoli, pagg. 320, euro 16): l’autrice ricostruisce le varie fasi della vita dell’autore, a partire dalla nascita nel 1867 in una masseria denominata Càvusu, Caos in siciliano, a metà strada tra Girgenti, oggi Agrigento, e Porto Empedocle. La sua famiglia appartiene alla borghesia laica risorgimentale. Il padre don Stefano commercia nel ramo dello zolfo. Lui sente subito una vocazione letteraria fortissima. È agitato da un demone, dalla incapacità di vivere una vita da filisteo, e tende alla celebrità con una determinazione ossessiva. È un Narciso che confessa di baciarsi allo specchio quando dice una bestialità, quando si arrabbia. Non vorrebbe un destino alla Carducci e Pascoli, professori e poeti.
Vive tra Palermo, Bonn e Roma. Ama Rosalina e poi Jenny, di amore sensuale, infine sposa Antonietta Portolano, figlia di un latifondista, in un matrimonio che mescola sentimenti e denaro. Conosce il tracollo economico del padre, e vede i primi segni della malattia nervosa della moglie Antonietta, che passerà in una clinica per malattie mentali ben quarant’anni. Diffonde la leggenda di avere scritto Il fu Mattia Pascal al capezzale di lei nel corso di una delle sue prime crisi. Ha molti bersagli polemici: in un suo racconto il personaggio sbeffeggiato viene identificato con il marito della Deledda, suo invadente e attivissimo manager. Gli chiedono di ritirare il racconto, e lui, scrivendo a Ojetti, che lo aveva chiamato a collaborare al Corriere della Sera, afferma: «Non posso pei brutti occhi della Signora Deledda buttare via un’opera d’arte». Brutti occhi? Per sua fortuna, forse anche per nostra, nessuno parlava allora di body shaming.
Ambizione, narcisismo, risentimento, follia, difficoltà, rinuncia: ecco il caos in cui vive Pirandello la prima parte della sua vita. Ha dovuto accettare la caduta nel pubblico impiego, diventando professore all’Istituto Femminile di Magistero a Roma. E accettare la logica della famiglia, con tre figli di cui occuparsi. Al figlio Stefano, prigioniero degli austriaci durante la Prima guerra mondiale, scrive: «Ora più che mai la vita mi sembra una buffa e pazza fantasmagoria». Pochi anni prima, in una lettera a un amico, aveva scritto: «Ah che commediaccia buffa e atroce è questa nostra vita!». I suoi sogni sembravano tutti destinati a spegnersi. Ma «ci vuole un caos per chi vuol fare un mondo», sentenziò Victor Hugo. E per Pirandello sembra davvero così. È un professore e un «novellaro», così si definisce. Il teatro non l’ha tentato per tanti anni. Poi fattori esterni, tra cui la fine della collaborazione al Corriere, lo spingono a cercare la sua strada dove non pensava di doverla trovare.
L’esordio al teatro, il Manzoni di Milano, nell’aprile del 1915 non è entusiasmante. Ma in breve, a contatto con uomini di spettacolo formidabili come Nino Martoglio, Angelo Musco, Ruggero Ruggeri, il successo di Pirandello diventa folgorante. Nascono capolavori. Da Pensaci, Giacomino!, Il berretto a sonagli, La giara sino a Così è (se vi pare), Sei personaggi in cerca d’autore, Enrico IV. Un successo che diventa in fretta internazionale: sue commedie vengono rappresentate in Inghilterra, dove ha trovato un sostenitore in Bernard Shaw, poi in Francia e nel mondo iberico, dove ha il consenso di autori come Unamuno e Borges. Persino Hollywood si interessa di lui, e Greta Garbo è interprete del film As you desire me, tratto da Come tu mi vuoi. Successo è ricchezza e amore, per lui. Un ricchezza spropositata, pare. E l’amore è quello ossessivo e delirante per la sua giovane prima attrice Marta Abba, cui scrive: «Io non vivo, non penso, non respiro che per te» o, appena ricevuta la gloria del Premio Nobel, «la mia gloria sei tu», o ancora «Io non sono altro che Tu; non posso considerarti altrimenti, e neanche tu devi considerarti altrimenti: io, per noi, vuol dire Tu». Una dichiarazione enigmatica, specchiata, scissa, relativistica, mascherata, che Annamaria Andreoli chiosa giustamente: l’amore secondo Pirandello. Una summa dell’arte di Pirandello, anche.
Una parte importante del libro è dedicata al rapporto tra Pirandello e il fascismo. Quest’uomo nato dal caos scrive poco dopo il 1922: «Attribuisco un grande valore psicologico al Fascismo e, perciò stesso, al suo metodo d’azione». E successivamente: «Non può non essere benedetto Mussolini». Iscrivendosi al Pnf, dichiara: «Pregerò come massimo onore servire tenendovi il posto del più umile e obbediente gregario». Qui la sottomissione è così esagerata da sembrare quasi autoironica. Qual è allora la verità di questa adesione? Sintonia con un vitalismo caotico, rivoluzionario? Strategie, interessi personali? Ricerca di appoggi sostanziali per fondare il Teatro di Stato, per avvicinarsi al Nobel? Al Nobel fu proposto dal governo italiano, anche se pare che Mussolini avrebbe preferito D’Annunzio. Il fatto è che D’Annunzio non cercava premi. E non firmò neppure il Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile, cui aderirono in 250, tra cui naturalmente Pirandello. Nel Dopoguerra il dibattito sul fascismo di Pirandello, che beninteso non toglie niente alla qualità della sua opera, si stinse, sino quasi a scomparire. Invece su quello presunto di D’Annunzio l’equivoco penoso continua. Andreoli lo scrive con chiarezza: D’Annunzio, piuttosto che essere fascista, concepisce il fascismo come una usurpazione delle sue idee di politica e di società. Basterebbe leggere la Carta del Carnaro, un prodigio di costituzione, conoscere la grande avventura libertaria e libertina, antimperialista, spiritualista, cosmopolita di Fiume per capirlo. Ma sembra che ancora pochi vogliano farlo. Come pochi riflettono sul fatto che il relativismo nichilista dell’«uomo del caos» approdò con le ultime opere, sino a I giganti della montagna, al simbolismo catartico del mito.
