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Letteratura

Quell’istinto che ci porta a odiare la libertà e i suoi benefici

Foster indaga la “Psicologia dell’anticapitalismo”: ha poco a che vedere con la moralità, e molto con la nostra vita da primitivi...

Psicologia dell'anticapitalismo, Foster

Nel corso della storia la logica capitalistica (basata su proprietà, contratti e concorrenza) ha affrancato dalla povertà milioni di esseri umani, ha innalzato l’aspettativa di vita e ha reso accessibili tecnologie un tempo nemmeno immaginabili. Nonostante ciò, l’ordine liberale è comunque rifiutato da più. Esso è sistematicamente dipinto come ingiusto e non è sorprendente che perfino quanti distruggono le vetrine a Milano o a Parigi trovino chi simpatizza con loro.

Non è facile comprendere perché l’umanità morda la mano che la nutre, ma a questo interrogativo prova a rispondere Peter Foster in Psicologia dell’anticapitalismo (edito da Ibl Libri, pagg. 458, euro 22). Giornalista finanziario, l’autore focalizza l’attenzione sui risvolti psicologici e antropologici, sostenendo che l’avversione al mercato non nascerebbe da una qualche incomprensione dei dati empirici, ma invece affonderebbe nei nostri istinti tribali più antichi.

Il libro sottolinea che il cervello umano si è evoluto per migliaia di anni in piccole comunità di cacciatori-raccoglitori. Entro quel contesto vigeva un rigido egualitarismo tribale e una diffidenza viscerale verso «gli altri». In quella economia stagnante la ricchezza era a somma zero: se qualcuno aveva di più era perché qualcun altro era stato derubato.

Quello del capitalismo, al contrario, è un ordine sociale esteso e astratto, fondato su una complessa cooperazione volontaria tra perfetti sconosciuti che nel loro interagire s’avvalgono del sistema dei prezzi e della «mano invisibile» teorizzata da Adam Smith. La nostra mente, però, trova tale assetto impersonale in larga misura incomprensibile. Il mercato non ha un volto, né manifesta una precisa intenzione morale: per giunta, nemmeno distribuisce i premi in base a questa o quella virtù. Nelle società libere un ruolo cruciale è svolto dal puro caso, oltre che dal valore generato per gli altri dagli scambi volontari.

Tutto ciò suscita disagio. Non comprendendo i meccanismi decentralizzati della creazione di ricchezza, tendiamo a proiettare su di essi schemi mentali assai semplici: immaginiamo cospirazioni, individuando pure sfruttatori e capri espiatori. Per questo l’anticapitalismo diventa il rifugio confortevole di istinti radicati in noi che rifiutano il mondo moderno e vagheggiano il ritorno a un’armonia primordiale che non è mai esistita. Non si spiegherebbe il successo di Jean-Jacques Rousseau senza questa volontà di recuperare un Eden del tutto immaginario.

Muovendo da qui, l’analisi di Foster smonta con efficacia la presunta «superiorità morale» di quanti detestano la proprietà, le borse e i profitti. Poiché si fonda sul riconoscimento degli incentivi individuali, il mercato appare a molti prosaico e privo di promesse escatologiche. Al contrario, l’anticapitalismo variamente socialista è messianico: assicura l’eguaglianza, la fine di ogni pena, l’eliminazione dei conflitti sociali. Alla fine realizza soprattutto il controllo della società da parte di un minuscolo gruppo di politici, ma anche questo non basta ad aprire gli occhi.

La prospettiva collettivista esercita un’enorme seduzione soprattutto sulle classi

colte, a cui offre una gratificazione morale a basso costo. Opporsi al capitalismo permette di sentirsi paladini della giustizia sociale senza fare i conti con la cruda realtà. Foster sottolinea come l’intellettuale moderno tenda a disprezzare l’economia di scambio perché essa non deriva da un comando centrale, ma dalle scelte di consumatori plebei. Non è un caso, rileva l’autore, che Adam Smith abbia usato la parola «avidità» una sola volta ne La ricchezza delle nazioni: non per descrivere i mercanti, ma per denunciare la sete di potere dei governi.

Il capitalismo non è un sistema perfetto, ma Foster evidenzia come le critiche al mercato ripropongano vecchi errori in forme solo apparentemente nuove, alimentando un pessimismo nichilista. Per questo è facile cogliere il legame tra tanti cattivi maestri (di ora e del passato) e i giovani sprovveduti che distruggono le vetrine. La civiltà del diritto e della prosperità non è una condizione naturale che si possa dare per scontata, ma è semmai una fragile conquista culturale. È ingenuo credere che la si possa difendere solo con argomenti economici, per quanto solidi. Bisogna invece avere il coraggio di guardare in faccia i nostri pregiudizi dinanzi alla cooperazione spontanea tra estranei: diventando consapevoli che, per quanto anti-intuitiva, la logica degli scambi di mercato è il più straordinario motore di emancipazione che l’umanità abbia conosciuto.

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