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Letteratura

Se la bellezza diventa il baluardo della libertà

Un romanzo di Raiter Zitelmann immagina un mondo di livellamenti estetici. Al ribasso

Follia di Leandra Angelucci

«Una donna emancipata è di sinistra / Riservata è già un po’ più di destra / Ma un figone resta sempre un’attrazione / Che va bene per sinistra e destra»: così poco più di trent’anni fa cantava il geniale Giorgio Gaber - e avrebbe ragione ancora tra mezzo secolo, nel periodo in cui si colloca la storia raccontata in forma di romanzo da un sociologo, storico e giornalista, Rainer Zitelmann: 2073. Quando la bellezza divenne un crimine (Liberilibri, pagg. 329, euro 18). Una storia che per certi versi a testimonianza dell’importanza del catalogo in una casa editrice - richiama Giustizia facciale, un’opera uscita per lo stesso editore, vent’anni fa, di Leslie Poles Hartley, storico di formazione a Oxford, che la pubblicò già nel 1960. È ancora in commercio, ma l’abbiamo ripescata dalla biblioteca dell’economista Francesco Forte custodita presso il Collegio Ghislieri di cui era allievo: nel caso, non saltate la bella introduzione dello studioso del fantastico Gianfranco de Turris, dal titolo La Grande Mamma, in cui si descrive e si inquadra bene lo «soccorrevole inferno egualitario» immaginato da Hartley.

Ci prova ora Zitelmann a immaginare un mondo in cui l’egualitarismo quello mosso da invidia arrivi a rendere la bellezza (fisica) un crimine. Descrive i piccoli, quasi impercettibili, cambiamenti sociali e politici (simili nella loro gradualità subdola a quelli della temperatura dell’acqua che finirà per bollire la rana nella metafora di Chomsky) che porteranno a misure drastiche come l’intervento chirurgico sul bel viso di Eva nome mitico ed evocativo, con cui si apre il libro. Due pagine che sono un pugno nello stomaco e ti invogliano a seguire il flashback grazie all’eroina (Alexa, altro nome evocativo, non ancora mitico) per capire come si è arrivati a tanto. Si assiste a una mutilazione, di fatto, che un perverso sistema di politica linguistica pseudoscientifica edulcora come «terapia di ottimizzazione ottica». Ci prova, Zitelmann, a immaginare e ci riesce; e riesce anche a raccontare come questa dittatura dell’uguale (attenzione: significativamente al ribasso) possa anche essere sabotata: e, paradossalmente, proprio dalla bellezza stessa cui politicanti censori, fanatici e non, alla fin fine soccombono. Come spesso accade, tutto il mondo è paese, verrebbe da dire (ecco l’egualitarismo farsi livella!), lo scandalo di chi compra il sesso dal figone che resta sempre un’attrazione fa crollare l’intero sistema che, come era stato via via accettato dalla maggioranza un po’ per ignavia, un po’ per convenienza, un po’ perché qualcuno, forse, ci credeva davvero , così alla fine si sgretola.

L’eguale al ribasso resta il vero (triste) vincitore di questa storia. A nulla vale che l’eroina, Alexa, che si destreggia tra un amore più o meno libero e l’altro, sempre che esista l’amore libero, nella sua battaglia a difesa della bellezza (e prima ancora dell’identità, al di là di ogni invidia) alla fine risulti nel più tradizionale lieto fine pure incinta di due gemelli orrore onomastico: vorrebbe chiamarli Liberty e Freedom, una caduta di stile romanzesco che peraltro sembra mancare in un libro che si fa comunque leggere.

Non è un page-turner, avvertiamo, però si va avanti con un certo piacere, perché ci fa soffermare su alcuni dialoghi che, se pure non hanno nulla dell’incalzare e della pulizia di una narrazione, hanno il merito di farti pensare. Alla rana bollita di Chomsky, al linguaggio piegato alla politica, alla bellezza e alle insidie dell’uguale, allo studio degli stereotipi (e gli stereotipi degli stereotipi), ai dubbi che si insinuano in ogni battaglia di diritti, alle donne sempre tendenzialmente primo bersaglio, alle lotte di chi si infiltra cercando pure di evitare la menzogna e mantenere una purezza che all’essere umano non appartiene, alla strategia della retorica (che prevede l’inganno anche da parte dei giusti), alla giustizia con l’onere della prova che ricade spesso sull’imputato, all’economia delle tassazioni dei privilegi: insomma si sentono il sociologo e lo storico, più di tutto, meno il giornalista e meno ancora il narratore.

Il giornalista diventa il simpatico personaggio (bisex) di chi fa inchieste e ci rimette gli occhi, e si sente nelle storie di montatura mediatica e di meccanismi di odio digitale; il narratore ammicca: suona, e non crea. Salvo poi salvarsi nelle ultime righe, facendo intuire la prossima battaglia (prefigurata, a leggere bene, anche nelle pagine precedenti).

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