La Nave di Teseo, casa editrice guidata da Elisabetta Sgarbi, ha sfornato - in sei anni - tre Premi Nobel. Un fatto per nulla comune.
L’ultimo, la canadese Anne Carson, scoperta in Italia proprio da Sgarbi, ha vinto un paio di giorni fa; il primo, nel 2021, è stato il tanzaniano Abdulrazak Gurnah, che trova posto nello spazio importante che la Nave riserva alla letteratura del continente africano. In mezzo c’è il norvegese Jon Fosse, nel 2023. Com’è stata possibile una tripletta simile? «Sono scelte coerenti con il catalogo della Nave di Teseo. - spiega Sgarbi - Il catalogo, così ricco per una casa editrice pur così giovane giovane, è sempre un faro. Il catalogo è un orientamento».
Partiamo da Gurnah. «Con i romanzi di un altro Nobel, Wole Soyinka, di Achebe, di Ngugi Wa Thiong’o, Ben Okri, per fare alcuni nomi racconta Elisabetta Sgarbi quello di Gurnah è, nei suoi nove romanzi che abbiamo pubblicato, uno dei più grandi affreschi del rapporto tra Europa e Africa, del conflitto tra religioni e civiltà nel continente africano che la Letteratura contemporanea abbia conosciuto».
Tra Carson e Gurnah, a conquistarsi il prestigioso premio di Stoccolma è stato il norvegese Jon Fosse. Autori di tre continenti diversi ma uniti dalla ricerca non solo stilistica: «Ogni autore è un mondo a sé. Però mi sembra evidente il rapporto tra Jon Fosse e Anne Carson. Entrambi mettono in campo una ricerca formale, forzano i limiti del linguaggio, come la letteratura deve continuare a fare. Ma forzano anche la nostra idea di Letteratura un po’ vittima delle classificazioni di generi. Convivono in uno stesso testo poesia e prosa, teatro e romanzo». Non a caso, tutti e tre i Nobel sono stati e sono protagonisti della Milanesiana, la rassegna ideate e diretta da Sgarbi. Un luogo (pubblico) dove le arti dialogano tra di loro e con la scienza (e il diritto). C’è, in Fosse come in Carson, «una adesione ai temi fondamentali dell’esistenza: in Carson attraverso una rinascita del mito greco, con una vitalità che non conosce rivali. E mi piace citare che il suo traduttore, di Autobiografia del Rosso, Sergio Perroni, fa una operazione analoga con Nel Ventre, in cui inventa un episodio non raccontato di Omero nel Cavallo di Troia. Jon Fosse arriva al nocciolo della vita scarnificando tutto, togliendo persino la differenza dei nomi dei personaggi. Anne Carson e Jon Fosse sono l’audacia e il coraggio della Letteratura. E sono un invito a prestare loro ascolto».
