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Letteratura

Una centrale nucleare in ogni casa? Ci arriveremo

Chicco Testa e Giuseppe Zollino spiegano come, sul fronte dell’energia, le fonti rinnovabili non possono essere l’unica risposta

Energia atomica

Correva l’anno 1985, l’anno prima del disastro nucleare di Chernobyl, quell’esplosione che avrebbe ridipinto le regole di ingaggio nella narrazione sul nucleare e che avrebbe politicamente travolto questa fonte energetica in molti Paesi, tra cui l’Italia col suo ormai celebre e mai troppo biasimato referendum del 1987. Lo scrittore americano post-cyberpunk Mark Laidlaw dava alle stampe il suo romanzo Dad’s Nuke, in Italia arrivato solo nel 1995 come Una famiglia nucleare, storia di un futuro in cui ogni singola famiglia inizia a dotarsi di un reattore nucleare per le esigenze energetiche casalinghe. Quella che per Laidlaw era satira ultravioletta e distopia fantascientifica, in realtà, nel momento presente potrebbe quasi divenire auspicio.

L’età delle policrisi e delle permacrisi dentro cui siamo ormai calati ha infatti ridefinito l’orizzonte della sicurezza energetica dei vari Paesi: i nessi di interdipendenza, quando ci si riferisce al fossile, spesso, vengono segmentati e interrotti da conflitti, cadute diplomatiche e tensioni varie, precipitando i Paesi più dipendenti in scenari interni altamente problematici, tra significativi rincari e potenziali razionamenti.

D’altronde le stesse fonti del fossile, in via di esaurimento, producono una situazione ambientale non sostenibile, rendendo necessaria una significativa re-ingegnerizzazione del sistema di approvvigionamento energetico: «affrancarsi dal prezzo di gas e petrolio e ridurre le emissioni» sono gli imperativi del momento, scrivono Chicco Testa e Giuseppe Zollino nel loro saggio Il pezzo mancante. Il nucleare nel puzzle dell’energia (Il Mulino).

Il libro, scrivono gli autori, ha lo scopo di aiutare ad alimentare il dibattito sul nucleare e sull’energia, facendolo con consapevolezza: un prezioso aiuto, colmo di statistiche, analisi approfondite e di matrice comparativa tra Paesi, per costruire le proprie idee e le proprie posizioni su fatti, realtà e dati, non sull’onda crescente, e sovente terrorizzante, delle emozioni. D’altronde, il referendum prima citato che ha desertificato il nucleare in Italia muoveva esattamente da un moto collettivo di terrore nero e di raccapriccio.

Il punto di partenza del testo è l’analisi di ciò che viene definito «trilemma energetico»: come soddisfare l’enorme bisogno di energia a livello planetario, come evitare che l’aumento del consumo determini un simmetrico aumento di emissioni alteranti il clima e da ultimo, lo si è già accennato, come garantire la sicurezza energetica dei Paesi più esposti, tra cui l’Italia.

Il mondo che popoliamo ha un enorme bisogno di energia, «molta di più di quella che pensiamo», e il processo di accelerazione tecnologica finisce per porre nuove questioni energetiche: ripercorrendo la storia dell’energia e le varie fonti, considerate per ordine di concreta incidenza e a seconda delle loro caratterizzazioni identificative, come programmabilità, divisibilità, trasportabilità costo e sostenibilità, gli autori passano in rassegna anche il concreto impatto delle varie fonti sul dibattito pubblico. Ad esempio, Testa e Zollino ricordano come l’energia nucleare, la quale ad oggi occupa il quarto posto nelle fonti di produzione di energia elettrica, molto spesso sia stata osteggiata da un «uso politico dei movimenti antinucleari, presumibilmente supportati finanziariamente dall’industria petrolifera». Un passaggio assolutamente centrale e che potrebbe essere riprodotto integralmente nel campo dell’alta tecnologia, ove le sindromi NIMBY spesso sono artatamente strumentalizzate. Per questo la parte più significativa del volume è, ad avviso chi scrive, la lunga parte che ripercorre la strutturazione del dibattito pubblico sul nucleare, partendo proprio dalla ideologizzazione dei principali disastri: Three Mile Island, Chernobyl e Fukushima.

L’inquinamento del dibattito pubblico determinato da una «comunicazione immotivatamente allarmistica» ha fatto innestare a molti Paesi, Italia compresa, una frettolosa retromarcia: le vicende, molto spesso, più che analizzate serenamente sono state trasformate in strumentale pornografia della catastrofe, con esternalità politiche tanto ideologizzate quanto incapacitanti. Se questo genere di strumentalizzazione politica vi suona familiare anche quando si parla di intelligenza artificiale e di data center è perché il meccanismo è davvero lo stesso. Sarebbe invece il caso di discutere seriamente, pacatamente e in modo altamente informato, magari partendo proprio da Il pezzo mancante.