Agata ha cinquant’anni e vive alla periferia di Milano con la figlia Eva, che ne ha nove. Il padre della bambina è un giornalista di guerra quasi sempre lontano e anche se potrebbe trasformarsi in un compagno passabile la donna preferisce crescere Eva da sola; cosa non facile, vista la fragilità della sua situazione professionale. Collaboratrice di un’agenzia turistica per la quale scrive articoli su celebri giardini che non ha mai visitato, può permettersi solo il necessario. La relativa povertà, la tendenza all’alcolismo e la lampante misantropia rendono il rapporto con la figlia conflittuale, ma non è questo il motivo per cui gran parte dell’ultimo romanzo di Simona Vinci (Madonna di rabbia, Einaudi, pagg. 296, euro 19) tiene fede al titolo.
Attraverso la voce della protagonista, Vinci dipinge la maternità con i colori di un girone infernale, capovolgendo la retorica non sempre adamantina di marca cristiana o piccolo-borghese che ha fatto della maternità il destino naturale delle donne. Eva, che si sperava aiutasse a combattere il senso di inadeguatezza e la solitudine, si rivela da questo punto di vista uno strumento spuntato e anzi proprio alla bambina Agata imputa il suo fallimento esistenziale.
La tentazione di gettare la spugna e di consegnare la figlia ai nonni viene esorcizzata, ma anche alimentata dall’abitudine di trascrivere su un quaderno segreto le vicende tragiche di grandi scrittrici o artiste che hanno abbandonato i figli, a volte persino con il suicidio (come nel caso della poetessa Sylvia Plath); abitudine solo apparentemente elevata, in realtà morbosa perché, invece di delineare una via d’uscita, cronicizza l’impasse di una vita fatta di emergenze, isolamento e dolore. Tanto più interessante è allora la coda del romanzo; della quale non sveleremo i dettagli, ma che è di duplice tenore. A tendere la mano ad Agata una specie di mano destra della sorte sarà una figura che senza cadere nella trappola ricattatoria della madre-madonna richiamerà ai doveri di un narcisismo sano e primario senza il quale non c’è emancipazione che tenga. Bisogna trovare il modo di coltivare il proprio giardino: qui, un giardino reale e non troppo conchiuso dal quale in lontananza si scorge la sagoma del Duomo.
Ancora più sorprendente l’aiuto offerto dalla mano sinistra della sorte, tesa da quella forza che sempre vuole il male e che sempre opera il bene, cioè da un’entità mefistofelica; ma il Diavolo, qui, ci è sembrato un Dio senza illusioni puerili e ben radicato nel mondo. In fondo, è un modo romanzesco di ricordare che la rabbia, senza l’orgoglio, non serve a nulla; e che l’alternativa fra dare la precedenza ai figli o darla a se stessi è un falso dilemma. Il Diavolo, si è detto: ma andava bene anche una Madonna ben scelta, magari quella au pied de flic, dal piede di questurino, che tanto scandalizzava René Crevel: una Madonna che sa sempre il fatto suo e che senza pensarci troppo schiaccia il serpente sotto il calcagno, quando vuole.
