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Il vero Peter Thiel a Roma? Contro Putin e il transumano

Chi era a Palazzo Taverna ha assistito a delle lezioni molto diverse da quelle raccontate dalla stampa

Il vero Peter Thiel a Roma? Contro Putin e il transumano

Nel chiostro di Palazzo Taverna brillano bargigli di sole, riflessi dai ciottoli bianchi e dalle pareti colme di rampicanti. Un gradevole vento accompagna i pensieri di chi si approssima all'ingresso, involontariamente scortato da un drappello di giornalisti la cui impetuosità scema con il passare dei giorni e con la mancanza di gossip polemico. Oltre la soglia, gli invitati entrano e assiepano la deliziosa sala immersa in una baudelairiana atmosfera di luci basse, dipinti gravi e dalle pareti austere.

Un ritorno a quel mistero del silenzio che Sergio Quinzio avrebbe celebrato con la sua massima «anche la polvere del nostro amore è qualcosa, confrontata al nulla del mondo».

Il mondo, fuori, non è semplicemente quel nulla inquieto: scade in un labirinto borgesiano di voci, illazioni, in alcuni casi semi-cacce all'uomo, ricostruzioni lisergiche. Il contegno riservato dell'organizzazione ha instillato il baco del dubbio tra i segugi da tartufo e tra gli ontologicamente indignati.

Sono le lezioni romane sull'Anticristo di Peter Thiel, magnate del Tech, già fondatore di PayPal e Palantir e allievo di Renè Girard. In principio, San Francisco, poi Londra e poi ancora Parigi e Tokyo. Ed eccoci a Roma, infine.

Sincronicità junghiana nello spazio di Quaresima. La città, culla del Cristianesimo, sormontata ora dalla eco non più lontana di assoluti metafisici riverberati nel qui ed ora: si scatenano interrogazioni parlamentari dadaiste e ricostruzioni complottistiche sontuosamente inutili, oscillanti nel sempiterno arco che va dal capitalismo della sorveglianza a Palantir.

Chatham House rule, nel rivolo continuo di sensazionalistici, presunti spifferi, titoli dei giornali che montano nell'epica di una destra istituzionale che avrebbe snobbato l'evento e di un generone romano istituzional-imprenditoriale che si sarebbe tenuto distante. E se, semplicemente, non fossero stati invitati?

Organizzano l'Associazione Culturale Vincenzo Gioberti presieduta da Alberto Garzoni, unici italiani, dal piglio encomiabile per serietà e disinteresse olimpico per l'ipotesi di rintuzzare le fantasiosissime ricostruzioni esterne, e Cluny Institute della Catholic University of America. Quattro giorni, dal 15 al 18 marzo.

Sala gremita, ragazzi e ragazze, sacerdoti, pochi volti noti, per il sommo disappunto di chi è assiepato fuori pregustando potenziali Watergate alla amatriciana.

Roma, approdo inevitabile per Thiel che in questi tempi dilatati, da mysterium iniquitatis, da crollo degli idoli e dei segni, si domanda chi potrà mai incarnare davvero la forza del katéchon e, di contro, dell'Anticristo.

Girard se lo era chiesto, in maniera ancillare nel suo pensiero sull'apocalisse, tra le righe di Vedo Satana cadere come la folgore. Più centrale, la forza frenante che ha affascinato e inquietato i canonisti medievali, nel pensiero di Carl Schmitt, che l'ha letta in una chiave di risoluzione del conflitto politico a fronte del rullo compressore della tecnica e della scaturigine potenziale di un governo unico mondiale.

Il giurista di Plettenberg viene citato e considerato ma la sua postura disperante e il suo errore prospettico di considerazione nei confronti del Reich hitleriano sono severamente biasimati.

Quella del katéchon, come ricorda Massimo Cacciari in «Il potere che frena», è una figura da sempre connessa alla realtà empirica, e non troppo alla sola astrazione: una dimensione connotata da strutturale ambivalenza e da liminale opacità.

Le conversazioni thieliane, accompagnate da slide, spaziano tra la cultura pop del manga One Piece e di Watchmen di Alan Moore, le satire di Jonathan Swift, il pensiero utopistico de La nuova Atlantide di Francis Bacon, i testi di Girard e di Leo Strauss, di Alexandre Kojève, di Ernst Kantorowicz e di Vladimir Sergeyevich Solovyov, del teologo John Henry Newman, a cui si deve l'idea di letture sulla figura dell'Anticristo.

Chi è l'Anticristo? Lo chiedono, all'uscita, i giornalisti, lo titolano i giornali. Nemmeno fossero la Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare che interroga Fantozzi dal treno.

Ma non è il senso di questi incontri, non c'è una rivelazione sensazionalistica, e lo hanno capito i molti tra gli invitati che pongono a Thiel domande nello spazio appositamente riservato e coi quali si ferma a parlare, in capannelli, anche oltre la fine del tempo previsto.

Là risiedono i momenti più intensi, ma quelli che passavano notizie alla stampa non lo sanno. Sono andati via prima.

C'è quel senso ellittico di scoperta tra le parole di un uomo che ha modificato, con le sue idee, i suoi finanziamenti, i suoi progetti, il mondo che popoliamo.

«Talvolta si aprono d'improvviso le porte della nostra prigionia, e si presenta una via segreta: è una via che conduce all'interno, a molte forme del tacere e di silenzio, ma anche a nuovi incontri e a un nuovo presente», ha scritto C. Schmitt in Ex captivitate salus.

Quel nuovo presente, a cui Thiel guarda, rischia di incorrere nella stagnazione assoluta: si fa così, il magnate, interprete dell'auspicio girardiano «nella nostra epoca, tutta la cultura modernista, baluardo dell'anticristianesimo, comincia a sgretolarsi a contatto con il testo evangelico».

L'Anticristo parla parole di pace.

Quella lingua suadente e serpentina che si ammanta di illusioni il cui fine ultimo appare soggiogare più che convincere.

No, non è Greta l'Anticristo. È piuttosto quella forma inquietante, posta dietro il simbolo Greta, di impero della stasi assoluta, quello stato universale e omogeneo di kojèviana memoria dentro cui dissolvere, post-hegelianamente, la storia e con essa l'uomo. Imperi delle norme che vorrebbero con un umanitarismo privo di umanità sottomettere la linea d'orizzonte. Lo temeva anche Pierre Manent, d'altronde.

Nessun reale attacco al Pontefice, nessuna polemica con il Vaticano. Anzi.

Si confondono slide didascaliche ben contestualizzate e spiegate con presunti assalti.

Critiche feroci a Xi e a Putin, ma questo le gole profonde non lo dicono.

Nessuna simpatia, poi, per il transumanesimo, reo di voler potenziare solo la materia dei corpi e di non corroborare, anche, l'anima.

«Andate in Chiesa» era solito ammonire Girard a chi gli chiedeva cosa fare in tempi di apocalisse. La tecnica, da sola, non è tutto. Thiel, può apparire incredibile, condivide.

Guerra giusta, pace ingiusta, determinazioni che dimostrano e risolvono la forma della apparente contraddizione di voler superare il rischio della violenza mediante il lessico della forza e della deterrenza.

Palantir, Anduril, manufatti di mano elfica, con digressione tolkieniana approfondita e meno banale di quanto si possa pensare, sono guardiani interconnessi di una pace da presidiare.

E lo stesso vale per

l'intelligenza artificiale, in un mondo che corre verso lo sviluppo sempre più accelerato e in cui la Cina, della quale pochi sembrano preoccuparsi, impegnati come sono a biasimare Thiel, occupa il ruolo di antagonista esistenziale.

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