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La lezione di vita del senzatetto morto

Nessuno si è accorto di lui quando era in vita. Però saremo costretti ad accorgerci di lui in morte. Poiché questo ragazzo ci ha trasmesso una importante lezione

La lezione di vita del senzatetto morto
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"Vivere sotto un ponte" è espressione da noi adoperata per indicare una esistenza vissuta in estrema povertà, priva di sicurezze, di conforti, di casa.

Era letteralmente questa la vita che C.F., 25enne di Arezzo, conduceva. E sotto quel ponte, dove cercava inutilmente rifugio, a Firenze, C. è stato trovato circa tre settimane addietro. In arresto cardiaco. Probabilmente per una overdose. Perché il giovane da anni abusava di sostanze stupefacenti. E dalla strada non riusciva proprio a tirarsi fuori. Del resto, la strada ha questa cosa qui: ti risucchia, ti tira dentro, funziona come sabbie mobili, ci finisci in mezzo e non puoi più tirartene fuori. Anzi, più ti dimeni in cerca di un appiglio, più ci affondi. Una volta che ci sei dentro, sei fottuto. Trasportato d'urgenza in ospedale, C. ha passato tre settimane in coma, finché qualche giorno fa non si è spento.

Nessuno si è accorto di lui quando era in vita. Però saremo costretti ad accorgerci di lui in morte. Poiché questo ragazzo ci ha trasmesso una importante lezione. Di certo egli era consapevole del fatto che sarebbe scomparso presto, a causa delle condizioni in cui versava che non giovano alla salute nonché a causa del consumo di droga. O forse, chissà, ormai era stanco e aveva voglia di lasciare questo mondo duro, gelido e indifferente, che, nonostante la verde età, pareva non offrigli più alcuna speranza. Neppure minima. Minuscola. Che so, microscopica. Una situazione disperata che è probabile abbia indotto C. al suicidio.

Non sapremo mai se egli questa morte l'abbia cercata, deliberata, voluta, oppure subita. Eppure in tasca il clochard conservava un biglietto, scritto di suo pugno, nel quale esprimeva la volontà di lasciare agli altri, a perfetti sconosciuti, tutto ciò che possedeva. Il lettore a questo punto penserà: "Ah, dunque si trattava di un ragazzo benestante, magari milionario, che ha preferito campare da poveraccio, sotto un ponte. Non è la prima volta che si sentono storie simili, già". Invece no. Non è questo il caso, caro lettore. C. non nascondeva un tesoro, conti in banca a sei zeri, proprietà lussuose, gioielli. Sì, ok, il ragazzo era ricco, anzi ricchissimo, sia beninteso. Ma non di questa roba qui. Era ricco di cuore. E anche il cuore ha donato. C. non possedeva nulla, ma ha lasciato in eredità tutto se stesso, ossia i suoi organi interni. Un gesto di generosità straordinario, che acquista maggiore valore e maggiore peso se consideriamo che C. non ha ricevuto nulla, ma proprio nulla, un bel niente di niente, da noi, dal prossimo, se non sguardi di disprezzo o di compatimento. Il più delle volte neppure uno sguardo, in verità. Perché l'essere umano ha questa abilità di evitare e sfuggire da ciò che può disturbarlo, scuoterlo, interrogarne la coscienza.

Questa vicenda mi ha commosso in maniera quasi lacerante. E da ore ed ore non riesco a non pensare a C. e alla sua scelta. Alla sua vita. Alla sua morte. Alla sua grandezza. Alla sua ricchezza. All'insegnamento che questo ragazzo ha regalato anche a me, uomo di 83 anni. Quante volte lamentiamo di non avere niente mentre abbiamo tanto, persino tutto! C. non aveva niente e ha donato tutto. Tutto quello che aveva. In questo consiste l'autentico donare: non nel dare parte di quello che si ha, magari a malincuore, ma nel dare tutto di se stessi, come esigenza vitale, come desiderio irrinunciabile, come volontà estrema che dà senso a tutto quello che è stato prima e sarà dopo.

Ho conosciuto poche persone ricche come C.F., il quale credeva che, quando non c'è più nulla da fare, si possa sempre fare qualcosa, e che, quando non si ha niente, si possa comunque dare qualcosa, anzi tutto. C. non ha lasciato cose, beni, denari, bensì salvezza, salute, vita. Qualcuno potrà tornare a vedere o vedere per la prima volta con i suoi occhi, potrà continuare a esistere con il suo cuore, il fegato, i polmoni, il pancreas e chissà cos'altro.

E in questo mi accorgo - che sbadato sono stato a non capirlo prima - che il giovane senzatetto non ha semplicemente donato tutto ciò che aveva, i suoi organi. In realtà, ha donato agli altri nient'altro che ciò che non aveva più, quello che non possedeva, proprio ciò che gli mancava: la speranza di una vita migliore.

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