Coronavirus, il caso del popolo Yagan

Il coronavirus ha travalicato ogni confine e raggiunto i luoghi più remoti della terra: il popolo Yagan e la sua resilenza in tempo di pandemia. Come trasformare una crisi in opportunità

Coronavirus, il caso del popolo Yagan

Esiste un’isola lontana che si trova nella zona più australe della terra: quella che corrisponde idealmente alla fine del mondo ed esiste un popolo indigeno a rischio di estinzione, che in questo remoto luogo ha ben piantate le sue radici e difende a grande voce la sua sopravvivenza e la sua “terra ancestrale”.

Se in casa avete ancora uno di quei bellissimi ed ingombranti, quanto rari, atlanti illustrati, apritelo alla pagina di “geografia fisica” del Sud America, cercate il lontano Cile e, partendo dal nord, con il dito indice percorrerete come se fosse una spina dorsale tutta la sua lunghezza, giù fino ad arrivare fino alla nota Ushuaia. Non ci siete ancora ma vi trovate relativamente vicini alla meta. Da qui in poi però, se anche voi vi siete inevitabilmente convertiti alla tecnologia e volete vederci chiaro, Google Maps vi verrà in soccorso per soddisfare quell’incontenibile desiderio che rasenta la mania: ingrandire con le dita, fino a sgranarla, qualunque immagine per cercare particolari quasi invisibili che le foto sulla carta stampata non ci permettono di cogliere. Ebbene, vi accorgerete che c’è poco da allargare perché oltre la nostra isola, appartenente all’arcipelago della Terra del Fuoco, l’immagine grigia che appare non riserva grandi sorprese: è tutto ghiaccio antartico e nulla più.

Sì, il coronavirus è arrivato anche lì, sull’Isola cilena di Navarino, nel paese di Puerto Williams che in realtà assomiglia più ad un villaggio di pescatori, con le sue 2000 anime, 94 delle quali appartengono alla comunità indigena Yagan che da più di 7000 anni vive radicata in questo, quasi sconosciuto, ma paesaggisticamente splendido angolo della terra: un vero e proprio emblema della biodiversità terrestre.

Alla notizia del primo caso Covid registrato il 19 marzo del 2020, la comunità Yagan espresse comprensibile apprensione in una lettera indirizzata al direttore di Radio Polar di Punta Arena (un nome che la dice lunga sulla latitudine della regione dalla quale trasmette) il 21 marzo, giusto tre giorni dopo la notizia del primo contagio. In questa missiva, la comunità lamenta l'assenza di un'unità di terapia intensiva e una assistenza sanitaria specialistica nonostante la presenza di due ospedali: uno civile e uno marittimo.

Nel testo emerge la forte denuncia rivolta alle autorità locali circa le insufficienti azioni intraprese per la salvaguardia della salute pubblica e si richiedono una serie di misure tra cui l’implementazione di una unità intensiva di soccorso, materiale sanitario come mascherine e guanti, aiuti economici ai lavoratori, approvvigionamento di articoli di prima necessità e legna per rimanere in casa al caldo, poi ancora quarantena obbligatoria e chiusura totale dell’isola poiché, come hanno scritto gli Yagan: “Molti dei nostri antenati morirono per le malattie portate da fuori da parte degli europei e oggi vediamo con timore e frustrazione come la storia si possa ripetere (…) Oggi il nostro diritto alla vita e la continuità del nostro popolo millenario si trovano in pericolo imminente, necessitiamo di soluzioni ora”.

Il 21 aprile del 2020, in un nuovo accorato comunicato di allerta da parte della comunità indigena, pubblicato sulla rivista digitale Observatorio Cuidadano del Cile, le parole rimbombano forti e si ricorda che “la situazione risulta specialmente critica per la nostra comunità ancestrale” e richiamando il passato coloniale si arriva ad individuare anche le cause che minacciarono nel passato l’estinzione del popolo Yagan :“Insieme alla politica di assimilazione, furono le infezioni risultanti dal contatto batteriologico generato dall’arrivo dei naviganti, missionari e coloni forestieri che portarono il nostro popolo alla sua quasi estinzione” e “oggi la nostra comunità a Porto Williams è formata solo da 94 persone, 10 delle quali sono anziane, tra cui c’è la abuela (nonna) Cristina Caldéron, che con i suoi 92 anni è l'ultima persona che parla la lingua del nostro popolo, lingua che come comunità stiamo cercando di recuperare insieme alla nostra eredità culturale”.

Un tempo nomadi ed esperti canoisti, dediti alla pesca e alla caccia, legati alla natura, al mare e al suo ambiente che definiscono"fonte di alimento fisico e spirituale”, rispettosi della loro terra e dell’equilibrio dell’ecosistema, non vanno tanto per il sottile e manifestano apertamente il loro dissenso opponendosi a tutte le azioni che ritengono possano ledere la comunità e l’ambiente, da preservare da ogni forma di potenziale inquinamento.

La "abuela" Cristina Caldéron, la più anziana della comunità (92 anni), nominata “tesoro vivo umano” dal Consiglio della Cultura e delle Arti Cileno, poiché ultima parlante della lingua Yagan, ha ancora l’energia per esporsi in prima linea, se necessario.

Lo fece anche di fronte ai reali di Norvegia, nel 2019, prendendo parte ad una protesta per portare all’attenzione dei monarchi la volontà di impedire ad una nota impresa partecipata da capitali norvegesi di espandere le proprie operazioni nel canale Beagle (situato nella splendida riserva Mondiale della Biosfera di Capo Horn) con quattro nuove concessioni di allevamento intensivo di salmone: incontrò il Re e la Regina in visita sull’isola e consegnò loro una lettera dove, con determinazione e senza salamelecchi si chiedeva di rispettare i loro diritti di indigeni e quelli della loro terra e di non appoggiare il progetto di espansione dell’allevamento intensivo di salmoni, facendo comprendere che se lo avessero fatto, non sarebbero stati benvenuti.

Le avversità, le minacce, la crisi possono mettere al tappeto un individuo, una comunità ma anche nazioni intere, come ci ha chiaramente mostrato la pandemia.

Eppure, gli Yagan, come piccola ma coesa comunità, ci insegnano qualcosa di estremante prezioso: esiste un modo per fronteggiare ciò che di negativo la vita ci riserva e se gli eventi si affrontano con la giusta strategia, se ne esce più forti di prima.

Guardando alla loro storia millenaria, ai conflitti, alle persecuzioni, alle malattie che hanno dovuto affrontare, ci si rende conto che gli Yagan si sono presentati all’appuntamento con il coronavirus, con i muscoli ben allenati, dotati di risorse straordinarie e, sebbene abbiano percepito con grande allarme l’arrivo della pandemia in quanto minaccia reale che avrebbe potuto estinguere la piccolissima comunità, molto pragmaticamente hanno messo in atto una serie di azioni e richieste, con lo scopo di fronteggiare il pericolo incombente, che si sono dimostrate fruttuose e vitali anche per il resto degli abitanti non indigeni presenti a Puerto William.

In uno studio recente che ripercorre la storia del popolo Yagan, apparso sulla rivista scientifica Maritime, il cui principale autore è il professor Gustavo Blanco, dell’Istituto di Storia e Scienza Sociale dell’Università Australe del Cile, si legge che il confinamento ha rafforzato la relazione, grazie anche ai social networks, tra i leaders più adulti della comunità e le nuove generazioni, rinsaldando i legami nella comunità e aiutando a rivitalizzare alcune pratiche culturali ancestrali che erano in pericolo: la quarantena ha fortificato i legami generazionali permettendo a giovani e bambini di identificarsi come indigeni.

Sulle reti sociali sono apparsi i primi corsi intensivi per perfezionare la tecnica artigianale, che stava pian piano scomparendo, della lavorazione del giunco, da insegnare anche ai bambini, (dalla raccolta alla tessitura) per farne cesti atti anche alla pesca dei frutti di mare e, il progetto di insegnare l'antica lingua Yagan.

La rinascita, anche culturale, contro l’abbandono e l’oblio, la paura e il pericolo che si trasformano in azione ed opportunità: un messaggio di speranza che in mezzo alle notizie catastrofiche a cui ci siamo abituati quando parliamo di Covid, porta in sé ottimismo.

Un esempio positivo da usare come perfetta ricetta per guardare con curiosità anche alle sfide più difficili.