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Il cappotto dell'800 primo capo tecnico ora fa impazzire la generazione Z

Lodenfrey ha presentato un modello con la piega posteriore di stoffa colorata

Il cappotto dell'800 primo capo tecnico ora fa impazzire la generazione Z
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Non è mai stato solo un cappotto. Con quel nome mutuato dal materiale di cui è fatto, è nato non per moda, ma per necessità. Un panno di lana pieno, lavorato perché l'acqua scivoli via e per proteggere dal vento. Il nome è preso in prestito dal tedesco, perchè i suoi natali sono alpini. E umili. Nel Tirolo e nelle Dolomiti, fin dal Medioevo, pastori e contadini filavano e tessevano lana grezza nei masi: il colore non era verde loden ma grigio naturali. Chi è andato a scavare nel passato è risalito fino all'XI secolo, per quella che può essere definito il primo tessuto tecnico della storia. Il segreto è nella gualchiera. La lana tessuta viene follata (compressa e battuta fino a infeltrire), poi garzata e rifinita: così si ottiene un tessuto fitto, resistente e naturalmente idrorepellente. È un'impermeabilità senza plastica, fatta di fibra e parecchia pazienza.

Il primo salto sociale arriva nell'Ottocento. A renderlo celebre, primo fra tutti è il mantello in loden confezionato per l'imperatore Francesco Giuseppe e passato alla storia: da quel momento il panno dei masi entra nelle riserve di caccia e nei guardaroba di corte, e il loden si lega all'idea di sobrietà aristocratica. Da qui la metamorfosi. Cappotti da bosco, linee pulite, colori scuriti fino al verde foresta per mimetizzarsi durante la caccia. Perchè quello è e resta. un cappotto da caccia. Lo raccontano le aperture sotto le ascelle, studite per muovere bene il fucile, le aperture sui fianchi per accedere facilmente alle cartucce, lo sprone posteriore per salire agilemente a cavallo. Il modello classico mai passato di moda: Hubertus, omaggio al santo patrono dei cacciatori. Nel Novecento, diventa anche narrativo. Per Thomas Mann in La morte a Venezia ad esserne avvolto era "un uomo dall'aspetto non comune". E nel Doktor Faustus, Adrian Leverkün "indossava il suo vecchio lodenmantel sempre lo stesso inadatto a ogni eleganza".

Inventato per resistere al tempo, ha finito per ignorarlo. Lo ha attraversato, senza mai invecchiare. Sobrio ma mai neutro, ha sempre saputo da che parte schierarsi. Sicurmente dalla parte opposta dell'eskimo, è entrato in politica simbolo di austerità, come uniforme non dichiarata. Nel 2011, in pieno cambio di stagione istituzionale, la stampa italiana lo elegge come emblema di rigore e discrezione associato alla persona di Mario Monti, allora presidente del Consiglio che anni dopo in un'intervista ironizza di esserne stato uno sponsor involontario. È stato tra i cappotti perferiti della regina Elisabetta e del marito il principe Filippo, indossato (e superfotografato) indosso a Liz Taylor, Rudolph Nurayev, Lady Diana lo ha portato con disinvoltura sopra uno chiccosissimo abito da sera. Di certo in soffittà non è finito mai. Oggi a rispolverarlo dall'armadio dei genitori sono quelli della generazione Z, pazzi per il vintage non se lo sono lasciati sfuggire. Una tendenza che non è sfuggita a chi da secoli i loden li produce. Nuove forme, reinvenzioni, si è accorciato anche fin sopra il ginocchio, il cappotto nato nei sentieri e finito nei salotti, ora riempie le passerelle. Come Lodenfrey, fondato a Monaco di Baviera nel 1842, che non solo è stato fornitore ufficiale della Corte Reale bavarese dal 1855, ma ha attraversato quasi due secoli di storia. Alla guida sempre la stessa famiglia oggi alla sesta generazione con Leonard von Pfister, che all'ultimo Pitti ha presentato l'ultima innovazione. A reinterpretare il capospalla simbolo della casa bavarese è Carlotta Orlando, giovane designer e fondatrice di Giglio Tigrato, che ha personalizzato il vecchio Hubertus nella sua caratteristica principale: il piegone posteriore che si apre su una fantasia floreale, ironica, colorata. "Oggi Hubertus è un pezzo senza tempo che Lodenfrey ama rinnovare ogni stagione - racconta Leonard von Pfister, discendente diretto del fondatore dell'azienda Johann Georg Frey - Coniuga l'eleganza pratica delle origini con un gusto urbano e contemporaneo. È il nostro modo di mantenere viva la tradizione, parlando un linguaggio che arriva anche alle nuove generazioni".

Quello che segna anche il ritorno di Schneiders, fondato a Salisburgo nel 1946. Dal 2025 apre un nuovo capitolo sotto la guida di Giovanni e Marco Schneider, famiglia italiana con tre generazioni di esperienza nel commercio delle lane e delle fibre tessili più pregiate. La prima collezione di rilancio, Loden Lovers, porta la firma creativa di Viviana Volpicella che dagli archivi storici riporta alla luce modelli intramontabili. Immancabile l'Hubertusin tre (nuove) lunghezze: la versione classica sotto al ginocchio, una più snella, appena sopra il ginocchio e una lunga fino alle caviglie, pensata per un pubblico più giovane.

In verde, naturalmente, ma anche blu e in altri tessuti dal carattere rustico, come l'Harris Tweed. In tempi di consumo rapido, la forza del loden resta la durata: invecchia bene perché, da sempre, è stato progettato per resistere.

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