"L'Italia mi snobba ma il Covid ha riportato in tv 29 miei film"

Dopo mezzo secolo di carriera e una miriade di ruoli, l'attore critica i produttori italiani che lo rifiutarono: "Troppo superficiali"

Django non aveva la stessa faccia di Garibaldi. In teoria. Lineamenti da reduce nordista ed eroe dei due mondi. E non assomigliava al mito di un piccolo mondo antico come l'Ungheria di Arpad nel X secolo.

Nemmeno Fabrizio Collini, l'uomo che la giurò a un ufficiale nazista per averlo costretto ad assistere alla fucilazione del padre, aveva gli stessi tratti del commissario Belli in una polizia anni Settanta che incriminava delinquenti poi assolti da una legge di manica troppo larga. Tanto meno ricordava il buffo Cipolla Colt. Sempre teoricamente. In pratica, il cinema fece spallucce e questi volti diversissimi li affidò allo stesso viso. Quello di Franco Nero, che detiene il prestigioso primato di essere forse l'unico attore italiano ad aver attraversato tutti i generi.

Se nei western ha giocato in casa, in un film storico - La Bibbia di John Huston - si è fatto conoscere alla ribalta internazionale. E poi fantascienza (I diafanoidi vengono da Marte). Biografie (Il generale, The conquest, Il giovane Toscanini). Polizieschi (La polizia incrimina la legge assolve). Epici (Camelot). Drammatici (Tristana di Luis Buñuel o Querelle di Rainer Werner Fassbinder). Sentimentali (Scandalo). Gialli (Il giorno della civetta di Damiano Damiani). Bellici (Gott mit uns di Giuliano Montaldo). Un elenco sterminato in oltre mezzo secolo di carriera e ora - dopo Il caso Collini, disponibile su Amazon - diventa anche talent scout di Louis Nero, che non è suo figlio, ne La rabbia - visibile su Prime video, Itunes e Googleplay - dove recita con Tinto Brass, Faye Dunaway, Philippe Leroy, Giorgio Albertazzi e Arnoldo Foà. Un cast d'eccezione per un titolo di qualche anno fa che esce solo ora. Un'opera drammatica. Surreale ma non troppo, se è vero che i rifiuti a chi propone novità fioccano sempre più numerosi dei contratti.

Che cos'è per lei «La rabbia»?

«Un'idea che mi è piaciuta. Conoscevo Louis e ho voluto aiutarlo coinvolgendo un po' di amici».

Giusto per dimostrare che non si ottengono solo dinieghi.

«È la storia di un giovane regista che cerca consigli da chi è più esperto. Perché deluderlo?».

E la rabbia come sentimento?

«Non riuscire a fare quello che si spera o si vuole. E ci si accanisce contro».

Purtroppo di quella squadra stellare qualcuno se n'è andato.

«Albertazzi. Foà. Luis Bacalov che ha scritto le musiche. Corin Redgrave, fratello di mia moglie Vanessa. Tutti purtroppo ci hanno lasciato. È la legge implacabile della natura, però fa... rabbia».

Quanti no sono toccati a Franco Nero?

«In Italia ne ho avuti tanti. Ho sentito produttori sentenziare: Non c'è da ridere in questo copione, non m'interessa. Troppa superficialità».

Rimedi?

«Guardi, se mai vincerò un Oscar, farò un discorso un po' particolare. E toccherò proprio questo tema. Ce l'ho già in mente».

Non vedo l'ora di ascoltarlo, però ora mi sento in dovere di chiederle quante proposte ha declinato.

«Ho rifiutato le fiction dell'ultimo quarto di secolo in tv. Per Il maresciallo Rocca ero la prima scelta. La verità? Non ho mai voluto fare tv».

Perché?

«È solo una grande illusione. Diffondono dati che non sono veri. Dicono 10 milioni di spettatori ma in realtà la gente accende la tv e intanto mangia. Telefona. Gioca. I vecchietti addirittura si addormentano. Russano. Il giorno dopo, nessuno sa dire che cosa ha visto».

«Garibaldi» è stato un'eccezione, allora.

«Non solo. L'importante è la qualità. Ero Frà Cristoforo nei Promessi sposi e ho accettato un episodio di Law and order ma quando mi hanno proposto Un passo dal cielo 6».

Che cosa ha risposto?

«Ho educatamente declinato. La tv ha ucciso i giganti e ha lasciato i nani».

Si è mai sentito a un passo dal cielo?

«Fortunatamente sì. Molte volte».

Ad esempio...

«Quando nasce un figlio. O si raggiungono traguardi importanti. A Tivoli, nel villaggio dove lavoro, sono sempre a un passo dal cielo».

A che cosa si riferisce?

«Al centro Don Bosco. Raccogliamo orfani di ogni provenienza. Cerchiamo di dar loro una seconda chance: qualche migliaio in questo mezzo secolo. E mai un caso negativo. Questa è felicità».

Volontariato o iniziativa personale?

«Forse, l'uno e l'altra insieme. Sono venuto a Roma squattrinato. Senza niente. E sarà stato il Signore a volere che finissi qui. A portarmi fu un amico, mi presentò don Nello, il fondatore. Era un salesiano che aveva fatto la guerra come cappellano dell'esercito. Nel '45 ha cominciato a raccogliere i più sfortunati e dar loro una speranza».

Folgorato sulla via di Tivoli...

«Non saprei. So che, guardando quel sacerdote ho detto: don Nello, io non ho un soldo e non sono nessuno. Però ti starò vicino tutta la vita. E sto mantenendo la mia promessa».

Di che cosa si occupa?

«Raccolgo fondi. Organizzo partite di calcio, tornei di tennis, cene con aste, spettacoli benefici. E adesso che non c'è più don Nello continuo a farlo per don Benedetto, che ha ereditato la sua missione».

Anche lei giocava a pallone?

«Per un certo periodo ho fatto parte della nazionale attori ma era gestita male. Allora sono passato con i magistrati e poi con i pugili. Ho fatto di tutto per aiutare il villaggio».

Ha mai più incontrato qualcuno di quei ragazzi?

«Certo. E non l'ho neppure riconosciuto. Che vergogna».

Dove vi siete trovati?

«Ero in Giordania su un set e mi sono sentito male. La produzione chiama un medico e arriva un dottore che mi guarda e dice: Franco, non mi riconosci? Sono Nayed. Mi sono commosso».

Tutti stranieri.

«Ci sono tanti italiani ma anche bambini di paesi poveri come Albania, Etiopia, Moldavia».

Lei è molto religioso.

«Non sono praticante. Ma in Dio credo».

«La Bibbia» è nel suo destino. Anche cinematografico.

«John Huston mi scelse per fare Abele, nacque tutto per caso».

Racconti.

«Aiutavo un fotografo di via Margutta per sbarcare il lunario. Un giorno capitò un suo amico che rimase impressionato dal mio viso e chiese di farmi alcuni primi piani. Accettai. Di lì a poco venni a sapere che erano finiti sulla scrivania del regista americano. E volle incontrarmi».

Che cosa le domandò?

«Entrai nella sua suite al Grand Hotel di Roma, piena di donne, tutte sue assistenti. Lui mi guardò e disse: spogliati».

Imbarazzato?

«Moltissimo. Capii che voleva vedermi nudo. Mi fermai agli slip. Mi osservò bene, mi ringraziò e mi lasciò andare. Dopo due giorni mi dissero che mi aveva scelto per fare Abele. Da allora, per me, John Huston non fu solo un autore».

Siete diventati amici.

«Di più. È stato un maestro. Se oggi parlo inglese senza problemi, lo devo a lui. Mi diede la prosa di Shakespeare, recitata da John Gielgud, Michael Redgrave, Laurence Olivier. Io dovevo imparare, tornare da lui e ripetere la recitazione».

Due lezioni in un colpo solo.

«Quello che mi insegnò si rivelò utilissimo. Soprattutto quando mi presentò a Joshua Logan».

Il regista di «Fermata d'autobus» con Marilyn Monroe.

«Ci incontrammo a Londra e parlammo molto. Alla fine il verdetto. Mi dispiace, caro, hai un fisico perfetto ma un inglese scolastico. Avevo già una mano sulla maniglia, quando mi girai folgorato e risposi: Però so recitare Shakespeare. Sentiamo, disse lui».

Lo stupì?

«Fui perfetto. E mi prese per Camelot».

Un film cruciale.

«Lancillotto incontrò la sua Ginevra. Su quel set conobbi Vanessa Redgrave che oggi è mia moglie».

Così rimase in America un anno.

«Avevo un contratto per quattro film con la Warner. Il primo era La ballata della città senza nome ma preferii fare il musical».

E chi prese il suo posto?

«Logan scelse Clint Eastwood che una sera uscì dal teatro e, sconsolato, mi confidò: Io sono americano e continuo a fare spaghetti western e tu... guarda dove sei arrivato».

Che cosa gli ha risposto?

«Gli ho detto di non preoccuparsi perché un giorno sarei tornato in Italia. E lui sarebbe rimasto negli Usa a fare grandi film. E così è stato».

A proposito, Sergio Corbucci disse: «Ford aveva John Wayne, Sergio Leone Clint Eastwood, io ho Franco Nero». Che effetto le fa?

«Sono lusingato. Un po' come il giudizio di Tarantino che mi ha inserito fra le quattro più grandi star del mondo con Charles Bronson, Alain Delon e, appunto, Clint. Un peccato di generosità, temo».

Il cordone ombelicale con l'America però è sempre stato intenso.

«Adesso avrei dovuto essere in Louisiana a girare un grande film. Tutti bloccati dal coronavirus. Maledetto».

Sveliamo il mistero...

«Il sequel di Django. Il capitolo definitivo. Django anziano. Io sarò regista e protagonista e stavolta il cameo lo farà Tarantino».

Uno scambio di favori.

«Idea suggestiva. Sicura al 90%».

Lui l'aveva fortemente voluta nel suo Django.

«Non fu facile trovare un episodio in cui inserirmi perché il film rischiava di diventare troppo lungo. Continuava a dirmi di credergli. Abbi fede insisteva. E ha avuto ragione. La mia foto dei due Django al bancone del saloon con Jamie Foxx è stata la più vista di quell'anno».

Lei è sempre stato un mito per Tarantino.

«L'ho incontrato tramite Penelope Cruz. Stavamo girando Talk of angels a Oviedo e, in una pausa delle riprese, lei andò al festival di San Sebastian. Poi tornò e mi disse: ho fatto amicizia con un giovane regista americano al quale ho detto che stavo lavorando con Franco Nero. È impazzito dall'entusiasmo. Continuava a dire che sei il suo attore preferito. Vuole conoscerti. Si chiama Quentin Tarantino».

Perché i talenti di casa nostra vengono spesso snobbati in Italia?

«A essere sincero, non l'ho mai capito. Forse io non faccio parte di certe piccole parrocchiette. E non devo essere troppo simpatico neppure alla stampa. Non mi nominano mai».

A quali clan allude?

«Preferisco non fare nomi, comunque non me ne dolgo. Lavoro molto all'estero e, dovunque vado, scopro che tutti mi vogliono un gran bene».

Lo credo, lei è trasversale alle generazioni. È familiare a tutti.

«Verissimo. Però, pensi che in questi mesi di chiusura in casa, la tv ha trasmesso ben 29 miei film. Li ho contati. Tantissimi».

Che effetto le fa rivedersi?

«Certe volte mi dicevo: mamma mia, potevo fare meglio. Altre volte ero soddisfatto».

Il virus ha soffocato qualche sua uscita?

«Purtroppo sì. Havana kyrie. Ha avuto un'anteprima a Los Angeles nel teatro dove si tiene la cerimonia degli Oscar. Ed è piaciuto molto. Nick Vallelonga, sceneggiatore premio Oscar per Green book ha confessato di essersi commosso».

Un rimpianto?

«Non aver incontrato un fotografo l'unica volta che serviva».

E cioè.

«Quando avevo in braccio Laurence Olivier».

Spieghi meglio.

«Stavamo girando Gli ultimi giorni di Pompei, una miniserie tv a Pinewood studios. Eravamo soli in pausa pranzo e mi chiese un favore. Voleva salutare alcuni amici in un altro teatro ma era ormai anziano e malato e, da solo, non ce la faceva. Me lo sono caricato in collo. Volevo una foto. Avevo in spalla il miglior attore di ogni tempo. Un maestro. Un amico. Ma non ho un ricordo».

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