A Lorenzo i conti tornavano sempre

Firenze. Via de’ Tessitori, quartiere di San Frediano. Qui il fracasso della città moderna sfuma, e si sentono rumori remoti, già cari alle orecchie del Magnifico Lorenzo. Nell’antico Setificio Fiorentino, il telaio ancora batte il tempo, l’operatore che dispone il filato sull’orditoio è lo stesso che trarrà dai legni, di disegno leonardesco, la pezza rifinita (broccatello, damasco con gli azzurri e i bianchi della ceramica a firma Della Robbia, lampasso, ermisino, da Ormuz, città persiana culla di mitiche leggerezze seriche) perché - non sia mai! - sgraziate increspature non denuncino un cambio di mano.
La colonna sonora della breve esistenza di Lorenzo non fu soltanto il cozzare delle spade, il mormorio guardingo della diplomazia, il grattare della penna sulle carte umanistiche; note frequenti furono il frusciare della seta, la calda canzone della lana (materiale inglese, poi, dopo la «Guerra delle Due Rose» che interruppe quel mercato, lana castigliana, meno pregiata), ma, soprattutto, il tintinnio dei fiorini. È parte di quanto apprendiamo dal secondo tomo di Lorenzo il Magnifico, di Ivan Cloulas, in edicola da domani con il Giornale. Vi si leggono pagine importanti sull’intreccio severo tra finanze e politica che caratterizzò tutta la sofisticata azione di Lorenzo.
Cominciamo dal fiorino, il «dollaro del Medioevo». Era in oro, a 24 carati, e pesava 3,54 grammi. Coniato per la prima volta nel 1252, recava su una faccia l’immagine stilizzata di San Giovanni, patrono cittadino, e sull’altra il giglio, simbolo di Firenze. Aveva la garanzia dei Maestri di Zecca, che «firmavano» ogni conio. Moneta forte chiama banca. Il suo incunabolo è il cambiavalute, che in occasione di fiere e mercati stende un tappeto su un tavolo (a Firenze le banche si chiamavano Tavole), l’erede della tràpeza levantina, e profitta dal margine di cambio nella babele delle divise, ducati contro danari, grossi di Volterra o di Cortona contro tornesi e biglioni francesi.
L’ascesa dei Medici nel mondo della finanza fiorentina ed europea cominciò dai «banchi de tapeto» in Mercato Vecchio. Era il XII secolo, ma alla metà del successivo gli eredi di quei primi valligiani del Mugello, scesi in città per trafficare con il denaro, figuravano già tra i primi contribuenti di Firenze, anche se ben lontani dagli Strozzi e dai Panciatichi, Paperoni dell’epoca. Nel frattempo, la banca era diventata una poderosa holding. I suoi punti di forza erano le filiali, nei nodi economici dell’Europa. Sotto Cosimo, nonno di Lorenzo, la compagnia Medici, alla massima espansione, contava sedi a Roma (dove curava gli interessi papali), Venezia, Milano, Ginevra, Avignone, Bruges, Londra, mentre il cervello della società macinava progetti nel cuore di Firenze, palazzo Medici, in Via Larga. I direttori delle filiali, legati a filo doppio alla proprietà perché parenti e soci, rispondevano del loro operato.
Lorenzo era un plutocrate di quarta generazione: era stato il suo bisnonno, Giovanni di Averardo di Bicci, partito come direttore di una filiale romana, il fondatore dell’impero Medici, anche in politica, Priore più volte e Gonfaloniere di Giustizia. Imprenditori di razza, aggressivi, moderni, votati a un capitalismo che non si fidava, prudentemente, del puro soldo, i Medici - e Lorenzo non faceva eccezione - concepivano la banca come volano di investimento: nel mattone e nella terra (ville, residenze, aziende agricole), ma soprattutto nell’industria. E qui risuonavano i telai, della seta e della lana. Per tingere, era indispensabile l’allume, impiegato come mordente. Quando se ne scoprì un giacimento a Volterra e i dirigenti della città vollero specularvi, fecero conti amari con Lorenzo, tempestivo primo azionista della società mineraria. Le milizie fiorentine posero l’assedio, e a cannonate (a spese pubbliche), il principe poté riavviare i suoi opifici.
L’equilibrio politico internazionale orchestrato dal Magnifico puntava a salvaguardare le sue banche da eventuali burrasche. Un papa che s’imbizzarriva e passava il monopolio dell’allume dai Medici ai magnati genovesi, i Doria, i Cigala, i Centurione, era un mezzo disastro. Bisognava troncare, sopire i dissidi. Una testa coronata che azzerava il suo debito con gli sportelli Medici significava perdite milionarie. Ma in questo caso Lorenzo affondava le mani nelle tasche di Firenze, e ripianava. E il conflitto di interessi? «Senza Stato non è vita»: così la pensava il monarca di quella strana repubblica, il cui ritratto ci appare ora più completo, più veritiero.

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