L'orgoglio di Tremonti: "Con noi l’Italia ha evitato la catastrofe"

La sfida del ministro: "Difendiamo il lavoro con gli ammortizzatori sociali che tutto il mondo ci invidia. Ma le banche taglieggiano i risparmiatori. La crisi è stata un flagello ma anche una scopa che spazza via gli ostacoli. Ne serve una a generazione"

L'orgoglio di Tremonti: 
"Con noi l’Italia 
ha evitato la catastrofe"

Milano La prende alla larga, Giulio Tremonti. Cita il Papa, la cui ultima enciclica è «anche un testo geopolitico», e Sant’Agostino. Poi affonda il colpo, l’obiettivo è il solito: le banche al tempo della crisi. «Abbiamo evitato la catastrofe - dice il ministro dell’Economia alla platea della festa Pdl del Palalido - perché siamo stati colpiti nel momento in cui il sistema andava meglio. Ma siamo ancora in una terra parzialmente sconosciuta che non ci permette di dire quando ne usciremo».
In ogni caso, se l’Italia è messa meno peggio di altri, non è per merito delle banche, che «hanno taglieggiato i risparmiatori con commissioni mostruose» anche se «per fortuna non parlano inglese» e quindi sono state risparmiate dallo «spaccio di droga finanziaria» diffuso nelle economie anglosassoni.
Il più penalizzato dalla crisi, secondo Tremonti, è stato il sistema manifatturiero, «il secondo in Europa dopo quello tedesco», non la finanza. «L’Italia è stata colpita in un momento di forza, non di debolezza, con le quote di mercato che salivano. Il calo della domanda mondiale ha colpito i nostri prodotti. Ma siccome la crisi ha distrutto gli elementi della crescita drogata degli altri Paesi, non ne usciremo peggio di loro. Abbiamo difeso il lavoro con gli ammortizzatori sociali che tutto il mondo ci invidia, abbiamo smentito le previsioni catastrofiche di chi ha tifato per la crisi». Riferimento (implicito) al centrosinistra. Ma Enrico Letta, seduto al fianco di Tremonti, si è immediatamente incaricato di confermare. L’ex ministro prodiano ha paragonato la crisi alla peste manzoniana, che «è stata flagello ma anche una scopa» che ha spazzato via molti ostacoli: «Ce ne vorrebbe una per generazione», ha aggiunto Letta facendo proprie le parole di Don Abbondio.
Ma non è il «partito del disastro» quello che preoccupa di più Tremonti: è il sistema finanziario. «Sono state le banche a chiedere i bond governativi, non l’esecutivo - ha detto - Se adesso non li vogliono, meglio per noi che ci evitiamo di allargare il debito pubblico. Comunque i veri beneficiari non sarebbero stati gli istituti ma le imprese. Se adesso le banche dicono che i bond non gli servono, vuol dire che non hanno capito che fare banca non è come produrre tavoli o vasche da bagno, ma fare credito. In Italia il credito è una funzione costituzionale, e se i banchieri non lo concedono significa che hanno problemi di lettura della Costituzione».
Da Gianfranco Fini, che partecipava allo stesso dibattito sotto i tendoni allestiti al Palalido, è venuto un solo apprezzamento all’esecutivo riguardo alla proposta di far partecipare i lavoratori agli utili aziendali. Sul resto, un gelido no comment. «Non giudico gli interventi né del governo né dell’opposizione: lo faranno gli italiani - ha detto il presidente della Camera - L’elemento positivo è che il picco della crisi è alle nostre spalle, ma non ci si deve adagiare sullo scampato pericolo. Se non facciamo le riforme, perderemo il treno della ripresa». Fini ha citato tre nodi da sciogliere: il bicameralismo, l’investimento nella ricerca, la maggiore coesione tra Nord e Sud. «Lo dico a tutti i partiti: per superare la crisi occorrono interventi strategici».
Meno freddi con Tremonti sono stati Raffaele Bonanni, leader della Cisl, e Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria che hanno apprezzato le misure prese per contenere la disoccupazione (cassa integrazione, contratti di solidarietà) e ora che questi ammortizzatori si riducono chiedono aiuti per le imprese (soprattutto le industrie manifatturiere) che non licenziano e vogliono investire.SteFil