La lunga rincorsa dell'Uruguay al "quinto" Mondiale

La squadra vinse due ori olimpici quando il torneo non esisteva. Seguirono i trionfi nel primo campionato del 1930 e nel 1950

La lunga rincorsa dell'Uruguay al "quinto" Mondiale

Che cosa è un mondiale senza l’Uruguay? Una canzone che non ha parole, il buio di una notte senza le stelle. Che cosa è un mondiale con l’Uruguay? Melodia e luce, celeste, dice il poeta di Montevideo, come la nostra nazionale. Il sentimento, infine, vince la sua partita nel torneo dei traditori. Oscar Washington Tabarez non ha più la faccia triste, è il vecchio che ritorna, è il Maestro, come lo chiamano con rispetto maximo nel Paese suo, il maestro antico con l’abito in ordine, i capelli ravviati, la dignità del docente che non invade il territorio altrui. L’Uruguay è la storia del calcio, altri sono la cronaca. Uruguay è quattro stelle sulla camiseta celeste, quattro titoli mondiali. Ma come? Due soltanto figurano negli almanacchi, dove sta el robo? Il furto, la rapina? Nessuno scippo, due medaglie d’oro alle Olimpiadi, nei tornei gestiti, governati dalla Fifa, insomma due titoli mondiali per dilettanti. Che dilettanti erano davvero, tanto che nel Ventiquattro, roba dell’altro secolo, per raggiungere Parigi non bastavano i quattrini e allora un dirigente del Nacional si tassò, fece ipotecare la propria casa, incassò il dovuto e pagò le spese del bastimento verso Barcellona. Nel tragitto dalla Spagna alla Francia gli uruguagi giocarono sette amichevoli, per racimolare altri denari e provvedere ai costi del soggiorno a Parigi. Dove trovarono i soliti cocoricò strafottenti per tutto quello che provenisse da fuori l’Arco di trionfo. Al punto che la bandiera uruguagia venne messa al contrario sull’asta e salì lungo il pennone accompagnata dall’inno brasiliano! Roba piccola per quella banda di calciatori sopraffini, fu oro olimpico mentre i parigini chiedevano chi fossero quei sudamericani così scuri di pelle ed eleganti nel tocco di palla. Fu altro oro ad Amsterdam, fu nel Trenta, la prima coppa del mondo assoluta della storia, subito vinta, subito assegnata al Paese che faceva mangiare la polvere all’avversario, insegnandogli il football. Venne O’ Maracanazo, l’anno era il Cinquanta, lo stadio di Rio de Janeiro nero di popolo brasilero, duecentomila in fiesta per il titolo sicuro. Pepe Schiaffino e Alcide Ghiggia distrussero il sogno, si udirono pianti per giorni e settimane e mesi, si contarono vittime, morti, suicidi per un carnevale trasformato in funerale. Era l’Uruguay. Fu l’Uruguay. Dopo, il declino, lento, inesorabile, un tulle che ha avvolto la nazione e il suo sport, i suoi campioni. Non più Varela, non più Pepe e Alcide, soltanto cognomi di famiglie nostre emigrate nelle Americhe a cercare la gloria, il lavoro, la vita. La nebbia si è dissolta, nel calcio, nella politica, nell’economia. Non del tutto ma l’Uruguay torna a vivere di luce propria.

Tabarez non illude, non promette, non proclama, no tiene cara triste ma sa che deve riarmare la squadra, ubriaca per essersi ritrovata nel giro di dieci secondi dall’inferno al paradiso, tra le quattro migliori del mondo, grazie al sacrificio di Luis Suarez, onomastica illustre per un calciatore, il rigore sbagliato dagli africani del Ghana, il cucchiaio beffardo e vincente di Abreu. Segnali felici di un evento particolare, forse grandioso che potrebbe accadere. È il football, quello di ieri, l’Uruguay, quello di oggi, l’Olanda. Quello di sempre.

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