«È tutto sbagliato», ci continuava a ripetere , al telefono dal Camerun, un mese fa, Gomes Clesio Tavares, il factotum di Valter Lavitola. «Tornerò in Italia e parlerò», aveva aggiunto l’uomo ritenuto dai pm capitolini l’intermediario tra il presunto mandante e gli esecutori materiali della bomba a Sigfrido Ranucci. E su cui pende ora un mandato di arresto. Secondo i pm, sarebbe fuggito in Africa con l’aiuto dello stesso Lavitola subito dopo l’attentato. «Io scappato? Io non c’entro niente con tutto questo», aveva detto al Giornale. Per i pm il tuttofare del faccendiere era stato anche un uomo vicino al clan Russo, «attivo nella riscossione» dei crediti per conto dell’organizzazione. Era stato anche bodyguard per alcune società campane.
Considerato da Lavitola come «un figlio», era suo partner in affari per un progetto sui carbon credits. Entrambi avevano condiviso la detenzione per qualche mese tra il 2015 e il 2016 nel carcere di Secondigliano. Ed è a Lavitola che voleva rivolgersi la compagna del camerunense negli ultimi mesi, quando lui continuava a rimandare il rientro in Italia dal Camerun, dove tuttora si trova e dove lo stava raggiungendo pure Lavitola prima di essere perquisito dai carabinieri. Intercettata la donna si lamentava con il compagno della sua prolungata lontananza, e chiedeva se non dovesse fare una telefonata «a Valter». A Clesio Tavares i pm sono arrivati ascoltando le conversazioni della banda di Avellino, quella che lui stesso avrebbe ingaggiato per piazzare l’ordigno. Parlavano di un certo «O Nir», che dall’Africa teneva i contatti con loro. Poi sono stati arrestati e anche in carcere a Rebibbia, ascoltati dalle microspie nelle celle, i membri del gruppo parlavano di Tavares. Pellegrino D’Avino, in particolare, si sfogava col compagno, sul factotum di Lavitola che lo ha messo «in mezzo alle tarantelle» e che poi avrebbe tentato di «uscire », lasciando «agli esecutori il peso dell’azione e delle conseguenze giudiziarie». E ancora aggiungeva: «Te la insegno io la legge a te e a quest’uomo di merda. Tanto a questo c’è scritto nome e cognome. è uscito! », diceva riferendosi all’identità del presunto mandante, Lavitola. La compagna del camerunense, intercettata dopo le notizie degli sviluppi dell’indagine, al padre riferisce che Tavares le ha detto che doveva ritornare in Italia «per mettere l’avvocato» su questa storia. Ma per ora è ancora in Camerun. Ieri al Tg1 ha detto: «è davvero complicato rientrare. Avevo previsto di tornare la settimana prossima però devo farmi delle domande prima. Il cardiologo mi ha detto che non posso viaggiare».
