«L’unica cosa che non consentirò è che, anzichè essere considerato un amico disposto a sacrificarsi senza aver mai ottenuto nulla, venga qualificato come un piccolo truffatore che approfittava della Sua fiducia». Valter Lavitola non lo ha detto di Sigfrido Ranucci. Lo ha scritto 14 anni fa in una lettera accorata a Silvio Berlusconi. Con il quale in fondo aveva messo su un rapporto non dissimile da quello installato con il conduttore di Report, scivolato rapidamente dal ruolo di (aspirante) consigliere ombra al più prosaico di profittatore e infine di produttore di guai. Perché questo è, in fondo, Lavitola: uno specialista nel mettere nei guai chi si fida di lui. E la vera domanda è come sia possibile che ci sia ancora chi - Berlusconi, Ranucci e altri - di lui in questi anni si sia fidato.
Adesso che è in galera, impresa disperata è capire se siamo davvero all’ultimo capitolo della sua saga. O se anche dall’accusa di tentata strage riuscirà a riemergere a nuova vita. Ce l’ha fatta con addosso macchie che avrebbero emarginato chiunque dal consesso sociale, come avere ricattato il Cavaliere che l’aveva beneficiato e difeso a lungo. Come escludere che risorga a nuova vita dopo avere distrutto per sempre la reputazione di un’icona della libertà di stampa?
La sua grande risorsa è non parlare mai bene di se stesso, non presentarsi migliore di quanto appaia (peggiore sarebbe oggettivamente difficile): «Con una carriera come quella che ha fatto Sigfrido, finire come un bandito amico di un bandito, è il peggio che gli poteva succedere», ha detto in una delle incontenibili interviste di questi giorni, mentre il Paese si domandava come fosse possibile che si trovasse ancora a piede libero. «Bandito», dunque, per autodefinizione: ma non solo. Di banditi pullula il paese, ma di artisti della seduzione e della resurrezione come lui ce ne sono pochi: e non bastano a spiegare l’impresa l’approccio da napoletano furbo né la indubbia, travolgente simpatia. Ci vuole dell’altro, per capire come arrivò a irretire una volpe colossale come Emilio Spaziante, già capo dei servizi segreti. E forse la risposta sta nel fascino dei rapporti tentacolari che sa creare, l’appeal delle entrature, delle informazioni, dei segreti. Ma poi, inesorabili, arrivano i guai. Per gli altri. E, alla fine, anche per lui.
