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Magistratura

Covid, la Nato a Conte: “Perché fai accordi con Putin e la Cina?”

L’irritazione atlantica per gli aiuti di cui non era stata informata. Il giallo della mancata attivazione del Piano anti disastri

La manovra-panettone è un regalo per Giuseppi

Ma davvero qualcuno a sinistra pensa che il Giuseppi contrario alle armi all’Ucraina sia diverso dal premier in pandemia? Lo scoprirà oggi quando Giuseppe Conte sarà sentito in commissione Covid dopo il voto di Montecitorio, in una seduta che si annuncia fiume. Come ha ricostruito Il Giornale l’ex premier ha trattato con Mosca (e Pechino) senza avvisare la Nato. Il 21 marzo 2020, lo dicono documenti e articoli di stampa del tempo, c’è la telefonata tra l’allora ministro della Difesa Lorenzo Guerini (Pd) e l’omologo russo Sergej Shoygu. Poi l’interlocuzione diventata diretta, tra Palazzo Chigi e il Cremlino. Il 23 marzo, all’aeroporto Nato di Pratica di Mare atterrano gli undici aerei russi di From Russia with love diretti nella Bergamasca con a bordo 30 medici, una settantina di militari, mascherine e materiale sanitario, il cui inventario sarà curato dal commissario all’Emergenza Domenico Arcuri. In cambio, col Dna di due russi contagiati, Mosca farà il vaccino Sputnik, mai autorizzato da Ema. E come se non bastasse, il giorno dopo sbarcano altre mascherine di Pechino. Ad attendere lo sdoganamento c’è il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che esalta via Facebook e sui tg Rai la generosità cinese.

Ma secondo quanto è in grado di anticipare Il Giornale in esclusiva, è in quel frangente che il Quartier generale della Nato mette al corrente il Viminale della sua irritazione per non essere stato né informato né coinvolto, chiedendo di essere messo immediatamente in contatto con la struttura commissariale. L’Italia avrebbe dovuto richiedere già a gennaio 2020 l’attivazione del meccanismo Nato di risposta ai disastri del protocollo Eadrcc, che nel frattempo aiutava altri Paesi europei a loro richiesta. A un meccanismo di solidarietà regolato dal diritto internazionale Conte ha preferito accordi informali e segreti con due Paesi nemici dell’Occidente. Ed è solo il 26 marzo 2020 (e senza dirlo agli italiani) che l’Italia sarà costretta a chiedere aiuto alla Nato. Spiegherà perché?

Peraltro, poco più di un mese prima, Conte aveva già dimostrato di avere più a cuore gli interessi della Cina che la nostra salute, regalando a Pechino tramite la Farnesina 18 milioni di tonnellate di Dpi ad insaputa della task force istituita dal ministro della Salute Roberto Speranza, che in quei giorni pianificava di requisire tutte le (poche) mascherine e vietarne la vendita ai privati. Certo: era l’alleato della Via della Seta, con la cinese Huawei pronta a papparsi la tecnologia 5G prima che intervenissero gli americani. Nel frattempo l’Europa si era fidata delle promesse di Conte, senza sapere che avevamo ingannato Oms e Ue con autovalutazioni false sulla capacità di risposta alle pandemie. L’Italia diventava così il cluster Ue, con più di metà dei 27 Paesi contagiati da soggetti partiti da qui.

Il Conte filorusso di oggi è lo stesso che ha chiesto aiuti e mascherine a Mosca e Pechino, magnificando su giornali e tv gli aiuti comodi dei suoi scomodi alleati. Perché un Paese fondatore della Nato ha rinunciato a procurarsi Dpi tramite canali atlantici mentre Arcuri farciva i suoi depositi di mascherine cinesi farlocche e inutilizzabili dei consorzi cinesi Luokai, Whengzhou e Moon-ray? Perché ci sono costate 1,2 miliardi con commissioni monstre, stoccate a 313mila euro al mese e smaltite per un altro milione di euro? L’altro giorno il governo ha nominato un nuovo commissario Covid. Secondo l’inventario della struttura commissariale datato 31 marzo 2022, in deposito c’erano 3,5 miliardi di mascherine ormai inservibili: 200 milioni erano proprio quelle cinesi. Conte deve rispondere. «Fuori le chat con Arcuri e gli appalti delle mascherine», tuona il capogruppo Fdi in aula Galeazzo Bignami. Ne vedremo delle belle sì...

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