È durato oltre nove ore l’interrogatorio di Antonio Passariello e Pellegrino d’Avino, due degli autori materiali dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, che si è tenuto ieri nel carcere di Rebibbia. Alle 10 il pubblico ministero Edoardo De Santis ha varcato la porta del carcere per lasciarlo dopo le 19. Nessun commento all’uscita. I legali dei due bombaroli si sono limitati a dire: «Hanno risposto a tutte le domande», entrando poi subito in auto. L’ordine impartito è stato quello di evitare fughe di notizie. L’indagine è a un momento decisivo.
Il racconto dei bombaroli costituisce un tassello fondamentale anche al fine di far cadere l’aggravante mafiosa. In attesa di altri due passaggi: l’interrogatorio di Valter Lavitola, fissato per il 7 settembre, e un terzo colloquio con i magistrati della vittima, Ranucci. Nel corso dell’interrogatorio Passariello e D’Avino hanno confessato, ammettendo la responsabilità materiale dell’attentato. Sul mandante, invece, passaggio chiave dell’interrogatorio, i due hanno scaricato la responsabilità su Clesio Tavares, il camerunense, scappato dall’Italia, su cui pende un ordine di arresto e che ieri al Tg1 ha escluso ogni suo coinvolgimento nell’attentato: «Non mi sto nascondendo, se volessi scappare andrei in Russia dove tengo qualcuno che mi può accogliere e dove l’Europa non può chiedere estradizione. Tornerò a breve, sto decidendo la data con il mio legale.
Sono certo che sarò un uomo libero, solo il tempo di verificare che non c’entro niente in tante cose, sono un lavoratore». Tavares ha anche aggiunto di non aver mai conosciuto «il conduttore». «Fatti forza ed esci dalla galera», ha chiosato, rivolgendosi a Lavitola. Il pm ha incalzato i due sul ruolo di Lavitola. Se gli esecutori materiali avessero rapporti personali con il mandante romano. E su questo punto, a quanto apprende Il Giornale, la posizione espressa dai bombaroli, che in alcune intercettazioni citano «il dottore», è stata quella di escludere una conoscenza personale con il faccendiere. Precisando però un punto che diventa centrale nell’inchiesta: «Clesio Tavares parlava molto della sua amicizia con un potentissimo uomo romano, conosciuto come il Dottore». Altro punto chiave dell’interrogatorio: il mandato ricevuto. Valter Lavitola in sede di confessione aveva detto di aver dato ordine di piazzare solo dei proiettili. Su questo punto la posizione dei due bombaroli smentirebbe Lavitola: «Abbiamo ricevuto da Gomes indicazione di piazzare una bomba, abbiamo effettuato un sopralluogo per conoscere il luogo». Quindi nessun mandato di mettere solo proiettili, ma una bomba. Anche se il legale di Valter Lavitola ha un’altra posizione. Secondo lui, infatti «la versione degli arrestati conferma versione dell’ex editore dell’Avanti». C’è un altro passaggio dell’interrogatorio che assume particolare rilevanza: «L’obiettivo dell’azione non era quella di far male a nessuno». Quindi quasi un attentato farlocco. Per quanto riguarda le domande sulla vittima viene mantenuto il massimo riserbo. Non sarebbero state fatte poste, ma non è escluso che su questo, fino alla testimonianza di Ranucci, si mantenga questa linea. E, soprattutto, per i pubblici ministeri quel riferimento a «Corrado» («dobbiamo avvisare Corrado», dicono i bombaroli in un’intercettazione) non avrebbe alcun valore. Nel corso dell’interrogatorio non sarebbe stato chiesto loro nulla circa l’identità di Corrado. Anche se è proprio su quel nome che Ranucci puntava, sia nelle dichiarazioni pubbliche che al telefono la notte della perquisizione con Lavitola. Perché? Oggi sarà depositata l’istanza per la scarcerazione di D’Avino, mentre per l’interrogatorio della moglie, Marika De Filippis (ai domiciliari), se ne parlerà la prossima settimana. Mentre gli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri: «Per il futuro il rito abbreviato è una possibilità».
