Un post choc contro Giorgia Meloni, apostrofata come «nana borgatara» da un magistrato in preda a una crisi isterica per lo stop all’aumento degli stipendi. E il pm finisce nella bufera, bacchettato dai suoi stessi colleghi dell’Anm, nonché ora a rischio di un procedimento disciplinare al Csm. Il protagonista dell’imbarazzante vicenda è Alessandro Di Cicco, sostituto procuratore a Roma, non certo una di quelle toghe rosse che in passato hanno dato sfogo ad insulti e attacchi contro la premier. Di Cicco, figlio d’arte, è uno di quei magistrati che, almeno fino a domenica sera, non si era mai messo in prima linea nella battaglia politica. Non solo non appartiene a quella frangia più estrema di Magistratura democratica, la corrente che Silvio Berlusconi definiva il braccio armato del Pd e che nei mesi scorsi ha sferrato molteplici assalti al governo contro la riforma della giustizia. Di Cicco non è iscritto ad alcuna corrente, ma è un battitore libero le cui posizioni si inquadrano in una via di mezzo tra Magistratura Indipendente e Unicost.
Eppure, poco dopo le 20 di domenica, quel magistrato al di sopra di ogni sospetto si sarebbe trasformato in un hater della peggior specie. «La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia!», è l’offesa apparsa sul profilo Facebook di Di Cicco, a seguito della presa di posizione della premier, che aveva appena fatto sapere come «in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati», perché quella cifra «è dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia. Dopodiché - ha detto Meloni - se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento». Non tutti, a leggere quel post di Di Cicco, cancellato dal profilo e ora al centro di un giallo.
Il pm romano, infatti, giura di non essere lui l’autore delle offese a Meloni. «Hanno hackerato il profilo Facebook ed ho presentato una denuncia al commissariato di Polizia Palazzo di Giustizia a piazzale Clodio», ha spiegato, raccontando che domenica sera «ero a cena con amici e avevo lasciato il telefono in macchina. Quando sono andato a riprenderlo ho trovato diverse notifiche. A quel punto ho cancellato quel post» sulla premier, «che non ero stato io a scrivere». E mentre sono in corso accertamenti a seguito della querela, sul pm si è scatenata la bufera. Con l’Anm che prende «le distanze con fermezza» dal collega, parlando di «parole inappropriate» e richiamando al «rispetto istituzionale». Sulla questione degli adeguamenti, però, il sindacato delle toghe è inamovibile, perché «sono previsti dalla legge», e comunque «gli importi effettivi saranno sensibilmente inferiori a quelli circolati». Per l’Anm «la magistratura non può essere trasformata nel capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese». Nessun sacrificio, insomma. Le toghe, i soldi li pretendono. Mica come i deputati e i senatori, che si sono autosospesi gli aumenti, di fronte alla crisi sociale.
