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Magistratura

La prova del ruolo di Lavitola nel sopralluogo per la bomba

Il factotum di Valter va a Pomezia con i 4 bombaroli usando la macchina del suocero. E la mattina dopo il suo cellulare aggancia la cella dove c’è il bistrot Cefalù a Monteverde

E i bombaroli ammettono: dovevamo solo fare scena

Il giallo che si è costruito attorno al caso Ranucci si infittisce e le date cominciano a farsi più chiare nel mare magnum di sopralluoghi, personaggi e nomi che stanno avendo una loro collocazione sempre più precisa. Il giorno dell’attentato al conduttore di Report è stato il 16 ottobre dello scorso anno.

Ma una settimana prima, esattamente il 10 ottobre, la banda dei quattro esecutori materiali capitanata da Clesio Tavares (il faccendiere di Valter Lavitola, considerato unico mandante dell’azione dinamitarda) fa il sopralluogo decisivo. La spedizione parte dall’avellinese con una Renault Megane intestata al suocero di Tavares, padre della moglie, ovvero Giuseppina Tuorto. Quella sera Tavares (che oggi si trova in Camerun dove è andato subito dopo l’attentato con l’aiuto del suo boss Lavitola), spegne il telefono.

Lo riaccenderà solo il giorno seguente. In un’altra città. Nella Capitale. E non in un posto qualunque: la cella telefonica a cui si aggancia il suo telefono è quella di Monteverde, dove Lavitola ha sia il ristorante Cefalù che il Bed and breakfast «Il Faro Gianicolense» (a poche centinaia di metri l’uno dall’altro). Poi Tavares prenderà il treno per tornare a casa sua. Che cosa è andato a fare lì? Perché c’è stata quella tappa intermedia a Roma? Era andato a riferire a Lavitola il resoconto della spedizione?

La scelta del legale potrebbe diventare un ulteriore elemento centrale nell’inchiesta, o quantomeno un indizio rilevante, soprattutto se più di uno dei soggetti coinvolti si è rivolto alla medesima figura. Quasi a indicare, o confermare, la trama scritta dal pm Carlo Villani, titolare del fascicolo prima del suo trasferimento a Velletri nel ruolo di Procuratore. L’avvocato in questione è Sergio Cola che collegherebbe Valter Lavitola, «o Nir» (ovvero Clesio Tavares) e i quattro autori materiali della spedizione contro Ranucci. Era il 15 aprile 2026 quando gli investigatori annotavano un’intercettazione di assoluta importanza: «Sta in Africa, mi ha girato questo messaggio. Diglielo a tuo padre che va con un compagno e lo mandi da questo avvocato qua Se per caso dovesse succedere qualcosa, l’avvocat già sap (già sa) come non farvi passare nessun guaio». A parlare è Pellegrino d’Avino, agli arresti per l’attentato contro Ranucci, che spiega di aver ricevuto istruzioni da Tavares di avvalersi dell’assistenza legale dell’avvocato Cola. E induce i due complici, Saverio Mutone e Antonio Passariello a fare lo stesso, prendendo appuntamento, prima che l’indagine arrivi alla svolta, con lo studio Cola. L’appuntamento viene fissato per il 20 aprile. Questo è un passaggio centrale che metterebbe in collegamento livello romano con quello napoletano, confermando il ruolo di tramite di Clesio Tavares. Perché Cola è l’avvocato che difende Valter Lavitola. E che con ogni probabilità, secondo l’intercettazione depositata dagli inquirenti, avrebbe dovuto difendere anche i quattro esecutori dell’attentato. Ma chi è il legale di Clesio Tavares? Perché il nome non viene rivelato? Forse perché potrebbe trattarsi sempre di Cola? Gomez diventa, dunque, la chiave per aprire tutte le scatole nere che stanno lentamente svelando i tanti misteri sull’attentato. E se, come sembra, decidesse di confidare agli inquirenti i dettagli di cui è a conoscenza, si potrebbero aggiungere ulteriori dettagli di una storia già in via di definizione.

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