C’è un fronte dell’inchiesta sul rapporto tra Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci che va ben oltre l’attentato. Ed è probabilmente quello più delicato per Report e soprattutto per la Rai. La Procura, infatti, in attesa di convocare il conduttore per la terza volta (sarà sentito presumibilmente a fine settembre) vuole capire quale fosse realmente il peso conquistato negli anni da Lavitola nei rapporti con il programma: non soltanto se fosse una fonte, ma se fosse diventato un interlocutore capace di incidere sulla scelta, sull’impostazione e perfino sul destino delle inchieste. La domanda alla quale gli investigatori cercano di dare una risposta è quali e quante puntate di Report hanno incrociato direttamente o indirettamente gli interessi di Lavitola. E, soprattutto, in quanti casi il faccendiere avrebbe provato a orientare il lavoro della trasmissione. Non si tratta soltanto di cercare eventuali servizi suggeriti o sollecitati da Lavitola, elementi già pienamente confermati dalle conversazioni contenute nell’informativa del 30 agosto redatta dai carabinieri. Gli investigatori devono verificare anche il percorso inverso: se cioè il suo peso potesse essere utilizzato per fermare, modificare o far perdere forza a servizi già avviati, oppure a inchieste che avevano già prodotto materiale ma che poi non sono mai arrivate alla messa in onda. Il punto, dunque, è ricostruire l’eventuale funzione di Lavitola come mediatore. Un uomo esterno alla Rai ma inserito in una rete vastissima di rapporti politici, imprenditoriali e personali, che parlava con Ranucci anche delle inchieste di Report. E capire se questa interlocuzione rimanesse confinata allo scambio tra giornalista e fonte oppure se, almeno in alcuni casi, avesse oltrepassato quel confine. Per questo diventano centrali non solo le puntate effettivamente trasmesse, ma anche quelle rimaste nei cassetti. Bisogna incrociare cronologicamente chat, telefonate e incontri tra Ranucci e Lavitola con le lavorazioni della redazione: quando nasce un’inchiesta, chi propone il tema, quali fonti vengono attivate, quali servizi vengono modificati, quali trasmessi e quali, invece, si interrompono. Serve stabilire se esistano servizi fermati o messi in pausa grazie all’intervento di Lavitola, cioè inchieste già partite o addirittura realizzate che, dopo una sua interlocuzione, non abbiano più visto la luce. Ranucci ha sempre respinto l’ipotesi sostenendo che «non esiste nessuna inchiesta di Report condizionata da Lavitola». Ma il materiale investigativo raccolto ha aperto una domanda differente: non cosa sostiene oggi Lavitola di aver fatto, ma cosa mostrano concretamente, anno dopo anno, i suoi contatti con Ranucci messi accanto alla storia editoriale di Report. «Per fermare Ranucci si doveva parlare con Lavitola?», è la domanda che una fonte bene informata ci riporta. Ed è nei meandri delle loro conversazioni, così come delle cene presso il Cefalù bistrot che il faccendiere ha a Monteverde che potrebbero trovarsi le risposte. Il racconto di Natalia Potenza, compagna (ormai ex) di Valter Lavitola parrebbe svelare i dettagli su un’altra storia: l’intercessione di Ranucci per favorire la trattativa per l’acquisto da parte di Lavitola del locale del Cefalù. Dopo un pranzo tra Ranucci, i proprietari del Bistrot (Antonio e Daniele Pulcini) e Lavitola arriva la mail sull’accordo economico: 490mila per rilevare la struttura tra debiti pregressi e rate. Sarà stato il conduttore a favorire l’intesa?

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