Due le volte in cui Sigfrido Ranucci si è trovato davanti all’allora titolare delle indagini, il pm Carlo Villani, e al Procuratore della Repubblica di Roma Francesco Lo Voi. In nessun cas ha pronunciato il nome dell’unico mandante dell’attentato dell’ottobre dello scorso anno, Valter Lavitola e del camerunese Gomes Clesio Tavares, già noto come esponente del clan Russo. Ma c’è di più, perché il 2 luglio, mentre gli inquirenti gli chiedevano quali potessero essere le piste utili da battere o se ci fosse un elemento da fornire per farli arrivare alla mente dell’attentato, Ranucci è arrivato a dire (oltre ad aver tirato in ballo i servizi segreti) che «forse era un messaggio per qualcun altro». Una frase che ha destato lo stupore di chi, in quel momento, non riusciva a comprendere chi potesse essere la seconda persona a cui stava facendo riferimento. Mettere una bomba sotto casa di Ranucci per intimidire chi? Un’ipotesi lanciata sul tavolo che, però, non ha trovato riscontro. L’unico nome a cui gli inquirenti sono risaliti è quello di Lavitola, come testimonia l’arresto del 10 agosto compiuto dai carabinieri dei nuclei investigativi di Roma e Frascati, sotto la guida del pm Edoardo De Santis, oggi titolare del fascicolo. Un passaggio cruciale alla luce della telefonata di due giorni dopo, in cui Lavitola chiederà a Ranucci: «Scusami non te lo potevo dire a te no che avevano il timore che fossi io?». In risposta il conduttore, con evidente tono preoccupato (così viene definito nella richiesta di misura cautelare) rispondeva: «E allora che mi hanno chiamato a fare?». Volevano, evidentemente, che quel nome fosse lui a farlo. Che a pronunciare «Lavitola» fosse la vittima. Ma forse per Ranucci era solo l’amico con cu ha preferito confidarsi in una telefonata fiume dopo l’avvenuta perquisizione. In un colloquio in cui si fa fatica a distinguere i piani: la vittima dialoga con il mandante rispetto a quanto gli è stato o meno chiesto dalla magistratura. Dando quindi implicitamente un vantaggio a chi poi avrebbe dovuto sottoporsi a un interrogatorio. E non si può certo prescindere dal cambio di registro di Ranucci. Proprio dopo la deflagrazione dell’ordigno riferiva che «mia figlia è passata davanti alla mia auto pochi minuti prima dell’esplosione, avrebbero potuto ammazzare una persona, avrebbero potuto ammazzare mia figlia».
Come si è passati, poi, all’ipotesi che fosse un messaggio per qualcun altro? O ad affermare «posso solo pensare che lui non avrebbe mai voluto fare del male a me e alla mia famiglia» una volta emerso il nome di Lavitola? Speriamo di avere presto una risposta.
