Eravamo lì per assistere al giorno della verità. Quello che tutti i giornalisti che seguono il caso dell’attentato contro Sigfrido Ranucci aspettavano: l’arresto di Valter Lavitola, fonte del conduttore ma anche suo amico fraterno, che sembra al contempo aver ordito l’azione dinamitarda contro il conduttore. Erano giorni in cui Valter aveva smesso di parlare con i giornali, le sue dichiarazioni gli si stavano solo ritorcendo contro, pur trattandosi di messaggi che lui stesso voleva mandare. «Se crollo io, crolla tutto». Era questa la percezione di chi ci ha parlato, anche a lungo, cercando il più possibile di non essere un suo strumento o megafono. Lo abbiamo intercettato prima che facesse l’uscita di scena, eravamo in una macchina poco dopo la curva in cui si trova la sua abitazione nel cuore di Monteverde, a Roma, in una zona residenziale. Poi il silenzio, gli agenti erano già entrati per notificargli la misura di custodia cautelare in carcere. Il caldo torrido, i pochi giornalisti che attendevano sul marciapiede antistante l’abitazione. Poi compare Lavitola. Mai a testa bassa, sguardo rivolto verso le telecamere anche mentre saliva i gradini che portavano dall’ingresso della villa alla strada principale. Ma nessuna dichiarazione. Nemmeno quando è stato portato al nucleo investigativo di Roma. Ma le carte che hanno portato all’arresto parlano chiaro: il caso istruito dall’allora pm Carlo Villani (oggi Procuratore di Velletri) e poi affidato a Edoardo De Santis hanno consentito di ricostruire la trama in un tempo record. Altrettanta rapidità e meticolosità è rinvenibile nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dalla gip del Tribunale di Roma Iole Moricca: l’attentato a Sigfrido Ranucci sarebbe stato pianificato con il duplice obiettivo di aumentare la popolarità del conduttore di Report e agevolare il suo ingresso in politica. «Allo stato -si legge nell’ordinanza- non è emerso alcun elemento, come si evince dalle risultanze acquisite, per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola», ma resta certamente una triangolazione sui generis quella che vede Ranucci al fianco di Tavares (il camerunense destinatario della stessa misura del faccendiere e ritenuto il raccordo operativo tra lui e il gruppo che avrebbe materialmente realizzato l’attentato) e Lavitola.
Per entrambi l’accusa è di concorso nella detenzione, nel porto in luogo pubblico e nell’utilizzo di un ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso. Nelle 198 pagine dell’ordinanza, la gip parla di «doppia finalità del progetto» di Lavitola; «Porre rimedio agli attacchi e alle contestazioni subiti dall’amico che temeva di perdere la conduzione del programma Report, operazione difficilmente realizzabile dai suoi detrattori, una volta trasformato il giornalista in un bersaglio della criminalità organizzata; aumentare esponenzialmente la popolarità della persona offesa in modo da agevolare la sua imminente discesa in campo». I messaggi sul telefono dell’indagato confermerebbero lo stretto legame esistente tra Ranucci e Lavitola, con quest’ultimo che «si poneva come persona pronta a sostenerlo nelle difficoltà e, davanti ai successi televisivi, come un adulatore e grande estimatore». Ranucci avrebbe condiviso con Lavitola le difficoltà vissute in Rai. Resta incomprensibile il motivo, così come il silenzio di Ranucci davanti a un caso di portata nazionale.
È il 16 ottobre 2026, la notte dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, quando uno dei componenti della banda, Pellegrino D’Avino, comunicava a Clesio Tavares, il braccio destro di Lavitola, l’esito positivo della missione: «Tutto ok». L’indomani Clesio Tavares si reca a Roma per incontrare Lavitola. L’attentato sarebbe stato preparato nei minimi dettagli. Con due sopralluoghi. Il primo l’avrebbero effettuato Lavitola e Tavares, Nel secondo invece il camerunense avrebbe accompagnato i quattro componenti del commando. Avendo cura però di lasciare il cellulare spento per poi riaccenderlo il giorno successivo, agganciando la cella di Monteverde, proprio dove si trovava il Cefalù Bistrot di Lavitola. Il cerchio si stringe e, se il faccendiere dovesse decidere di collaborare o rispondere alle domande degli inquirenti, potrebbero paventarsi gli scenari più disparati. Intanto Ranucci dovrà spiegare il perché di certi messaggi, come quello del 25 gennaio 2025, in cui avrebbe scritto a Lavitola: «Intanto la Rai ha emesso circolare per farmi fuori» e «Arrivata circolare antiranucci Gasparri & company hanno chiesto il controllo di Ranucci e Rossi ha eseguito». Una vicinanza che si fa sempre più singolare,
