La libertà di critica all’esercizio del potere non può essere compressa, nemmeno quando si rivolge contro la magistratura e tocca i livelli più alti delle toghe. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Roma con una sentenza che chiude una lunghissima battaglia legale nata all'indomani della storica e discussa sentenza sul caso Mediaset. I giudici capitolini hanno respinto in toto il ricorso di Antonio Esposito, ex presidente della Seconda Sezione Penale della Cassazione che aveva guidato il collegio del processo a Silvio Berlusconi, che aveva intentato una causa per ottenere un risarcimento danni da Daniela Santanchè, giudicando offensive le dure dichiarazioni rilasciate dall’allora parlamentare del Popolo delle Libertà e oggi esponente di Fratelli d'Italia.
Già in primo grado le richieste dell'ex magistrato erano state respinte, e ora l'Appello a seguito del ricorso presentato da Esposito conferma quella decisione, blindando un principio che va ben oltre la contesa tra i due protagonisti. “Anche espressioni particolarmente dure, provocatorie e fortemente polemiche possono rientrare nell’alveo della libertà costituzionalmente garantita quando si inseriscono in un dibattito di straordinario interesse pubblico e rappresentano giudizi di valore, non attribuzioni di fatti falsi. Si tratta di un’affermazione di grande rilievo perché interviene in uno dei momenti più delicati della vita democratica: quello in cui il diritto alla reputazione deve confrontarsi con il diritto dei cittadini, degli esponenti politici e dell’opinione pubblica di discutere criticamente l’operato delle istituzioni”, ha dichiarato in una nota l’avvocato Daniela Missaglia.
La distinzione chiave sta proprio nella natura delle parole. I giudici hanno specificato che le dichiarazioni della Santanchè, per quanto provocatorie, aspre e fortemente polemiche, sono rimaste nell'ambito dei "giudizi di valore" e non “attribuzioni di fatti falsi”. Troppo spesso, negli ultimi anni, “il confine tra tutela della reputazione e limitazione del dissenso è apparso sempre più sottile. Questa sentenza ricorda invece che la democrazia non vive del consenso, ma del confronto; non dell’uniformità delle opinioni, ma della possibilità di esprimerle liberamente”, ha detto ancora l’avvocato.
La libertà di critica, è il senso della decisione, non è una concessione: è il pilastro stesso dello Stato di diritto, che deve saper tollerare anche le parole più divisive. L’ex ministro dichiarò che quella sentenza fu un “colpo di Stato”, “una pronuncia politica, ideologica”, che non aveva “niente a che vedere con lo Stato di diritto”.