"Lecito dire che fu un golpe la condanna del Cavaliere"

Sentenza Mediaset, il tribunale civile di Roma respinge la richiesta di danni del giudice Esposito

"Lecito dire che fu un golpe la condanna del Cavaliere"

Finalmente si può dire. Si può dire che la condanna di Silvio Berlusconi in Cassazione per frode fiscale fu un «colpo di Stato». Che quella sentenza fu una «pronuncia politica, ideologica», che non aveva «niente a che vedere con lo Stato di diritto», pronunciata da «un presidente che farebbe venire la pelle d'oca a chiunque». Si può persino dire che in Italia «la giustizia è come un cancro». Sono affermazioni per cui fino a non molto tempo fa si rischiava persino di finire in galera. E invece ora un giudice riconosce che quando Daniela Santanchè, parlamentare allora del Popolo delle Libertà e oggi di Fratelli d'Italia, commentò così la sentenza finale del caso dei diritti tv non fece altro che esercitare il suo diritto di critica. Lo fece, scrive il giudice, con «dichiarazioni che avevano valenza oggettivamente offensiva» e «toni particolarmente aspri». Ma così esercitò la «libera manifestazione del pensiero» garantita dalla Costituzione.

La sentenza emessa da Silvia Albano, giudice della sezione «diritti della persona» del tribunale civile di Roma è resa ancor più innovativa dal fatto che la controparte della Santanchè era un ex giudice: ed è noto che in genere le toghe sono particolarmente severe quando a sentirsi diffamato è un collega o un ex collega. Si tratta di Antonio Esposito, il presidente di sezione della Cassazione che il 1 agosto 2013 confermò e rese definitiva la condanna del Cavaliere, e che da allora non perde occasione per querelare o citare in giudizio chi osa criticare quella sentenza o indicarne gli aspetti oscuri, e in genere trova toghe pronte a dargli ragione: appena il mese scorso sono stati rinviati a giudizio in un solo colpo quattordici tra giornalisti e politici querelati da Esposito.

Anche a Daniela Santanchè nel 2019 era toccato finire nel mirino dell'anziano ex ermellino: causa civile con richiesta di un risarcimento monstre di 150mila euro per nove interviste e dichiarazioni pubbliche da cui Esposito si era sentito ferito nell'onore e nel prestigio. Tra cui quella in cui il processo all'ex premier veniva definito un «processo indiziario tolto al giudice naturale»: dirottamento che, peraltro, emerge oggettivamente analizzando l'andirivieni del «fascicolo Berlusconi» negli uffici della Cassazione.

Ma stavolta la causa intentata da Antonio Esposito fa un buco nell'acqua. Perché per il giudice «è chiaro che espressioni come colpo di stato o sentenza politica per eliminare Berlusconi non fossero riferibili a fatti storici dimostrabili, ma fossero evocative di una gestione del potere giudiziario» che la Santanchè intendeva criticare. E la libertà di pensiero è «un pilastro dello Stato democratico e della effettiva possibilità per il popolo di esercitare la propria sovranità anche in ordine al controllo dell'esercizio del potere giurisdizionale». Non c'è democrazia senza critica al potere: anche se quel potere porta la toga.

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