Non ci gira intorno: «Invito la magistratura e le forze di polizia ad accendere un faro. I cittadini islamici sono liberi di accettare un arbitrato costruito secondo i canoni della sharia, ma non si può sostenere, come fanno loro, che l’arbitrato abbia lo stesso effetto di una sentenza».
Maurizio Paniz, ex deputato di FI e avvocato al centro di casi come quello di Unabomber, ritiene che la camera arbitrale islamica si sia spinta troppo in là.
Perché, avvocato?
«Perché gli arbitrati non possono essere messi sullo stesso piano delle sentenze, sia pure solo per le controversie civili e commerciali».
Ma di solito questo tipo di giustizia non funziona proprio così?
«Sì, certo, e io sono libero di adeguarmi a questi standard, ma fatalmente arriverà il giorno in cui qualcuno farà il paragone con i verdetti della nostra giustizia e lì contesterà».
Ma il lodo arriva davanti a un giudice che lo omologa, come si legge sul sito della camera arbitrale islamica, «soltanto con un controllo formale».
«Ecco, questo è il punto: la pubblicità, chiamiamola così, deve essere cancellata perché il lodo ha un valore relativo».
Ma il controllo non può essere solo formale?
«Sulla carta sì, ma guai a pensare che un arbitrato possa equivalere a una sentenza. Facciamo un esempio».
Prego.
«Una donna ha l’ambizione di essere l’amministratore delegato di un’azienda ma i fratelli glielo impediscono sulla base non del talento, ma di una tradizione che vede la donna in una posizione subalterna».
Andiamo avanti.
«Il lodo dà ragione ai tre maschi della famiglia, lei si ribella e va dal giudice italiano».
Il giudice timbrerà la decisione degli arbitri con un check di facciata?
«Per niente, io mi aspetto che rada al suolo questo verdetto che umilia la condizione femminile e ci riporta indietro nel tempo».
Dunque l’arbitrato islamico non può saltare i parametri della nostra civiltà giuridica?
«Li può mettere fra parentesi, ma certo non può eliminarli. E chiunque in un attimo può chiamare in causa le nostre leggi, la nostra Costituzione, i nostri princìpi. Io, naturalmente, non conosco la sharia nel dettaglio e non sono in grado di fare valutazioni tecniche specifiche ma posso e devo indicare la strada di fondo: se il verdetto non discrimina allora si proceda pure; ma se qualcuno finisce in un girone inferiore, magari per il sesso o la religione, allora ben venga l’intervento della magistratura italiana. Ad esempio in materia di eredità».
Ma il ricorso a questa giurisdizione è o dovrebbe essere libero.
«Certo, ma magari è dettato da un condizionamento e a un certo punto il consenso viene negato. Noi dobbiamo vigilare perché questi spazi di libertà non si chiudano. Dobbiamo accendere un faro, le forze dell’ordine e la magistratura devono illuminare eventuali zone d’ombra. Poi se tutto fila, ben vengano le culture e le tradizioni dei diversi popoli che vivono in Italia».
Nessun pregiudizio?
«No, ma neppure assuefazione o tolleranza per quel che non può essere condiviso. Altrimenti, il rischio è quello del ghetto al contrario: intere comunità che si chiudono dentro un recinto e seguono regole lontane dalla nostra sensibilità o che, peggio, ci ripugnano. Questo è inaccettabile».
