La versione di Pellegrino d’Avino e Antonio Passariello, due degli esecutori materiali dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, non convince gli inquirenti. È negativo, infatti, il parere della Procura circa l’allentamento delle misure per i due dopo l’interrogatorio della scorsa settimana, durato oltre 9 ore. Parere confermato nel pomeriggio anche dal Gip. Diversi i temi che i due hanno affrontato, ma sono ancora troppi gli elementi su cui vertono i dubbi del pm Edoardo De Santis, che dovrà poi sentire gli altri componenti della banda, Marika De Filippis (ai domiciliari in quanto incinta) e Saverio Mutone. Quest’ultimo, però, avendo cambiato da poco i legali, non ha ancora reso noto se intenderà collaborare o se continuerà sulla linea del silenzio. Secondo quanto apprende Il Giornale, il motivo alla base della decisione sarebbe stata la strategia difensiva: Mutone avrebbe voluto far presente ai giudici di essere sotto effetto di sostanze stupefacenti la notte dell’attentato. Strategia che il suo ex legale non avrebbe condiviso. Ciò che però non quadra nell’ultimo interrogatorio, oltre a una serie di altri elementi, riguarda il reperimento dell’esplosivo e chi lo ha fornito alla banda, come si legge nelle motivazioni del Gip. Sulla conoscenza di Valter Lavitola (mandante reo confesso) da parte dei bombaroli, invece, c’è ancora un punto interrogativo. Il faccendiere non aveva certo interesse a rendere noto il proprio nome alla banda, ma non è escluso che Gomes Clesio Tavares, l’uomo in mezzo ai due mondi, si possa essere fatto sfuggire dettagli circa l’uomo potente dietro l’azione criminale. La versione dei due bombaroli sarà quindi oggetto di ulteriori approfondimenti. Nella ricostruzione fornita agli inquirenti, emergerebbe come D’Avino avrebbe avuto il compito di reperire l’esplosivo, con la richiesta di usarne uno a basso potenziale. Avrebbe poi depositato l’esplosivo nei pressi di Via Po, dove si trova la casa di Ranucci. Passariello e Mutone, invece, sarebbero stati deputati a far esplodere la bomba.
D’Avino al pm ha raccontato che «l’esplosivo l’ho recuperato io, in un posto nascosto fuori la villetta a Roma. Passariello e Mutone dovevano fare la botta». Manca un tassello: il ruolo di Tavares. E proprio sui rapporti tra i bombaroli e il camerunense spunta un episodio dell’ottobre del 2025. Secondo quanto risulta a Il Giornale, due sere prima dell’attentato gli esecutori materiali e Tavares sarebbero stati visti in una pizzeria di Avella (Avellino) a cena. Potrebbe essere stato quello il momento preparatorio prima della missione a Pomezia. Nell’agenda della Procura la data del 7 settembre segnerà un momento decisivo: il Tribunale del Riesame si esprimerà sulla posizione di Lavitola, che dovrebbe chiarire anche i punti ritenuti fumosi nell’ultimo interrogatorio. La Procura non crede al movente (ovvero la volontà di far innalzare il livello della scorta), e vorranno certamente comprendere in che modo si articolasse il progetto politico per la discesa in campo di Ranucci premier. Proprio Ranucci che in meno di un mese ha prima rigettato categoricamente una sua candidatura, per poi contemplarla («non lo escludo», ha detto, generando l’ironica reazione della Lega). Chissà che l’idea non fosse sempre stata quella.
Attorno al conduttore, però, si solleva un altro interrogativo, che nasce da una sua spiegazione fornita a Il Fatto Quotidiano. Cosa ci faceva a cena al Cefalù con due imprenditori attivi nel settore del carbon credit e Lavitola (i cui interessi erano proprio in quell’ambito)? «Ranucci ha spiegato al Fatto che l’obiettivo della cena era rassicurare i due imprenditori sul progetto». In che modo poteva fornire loro garanzie? E, soprattutto, a che titolo? «Materia - sostiene il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri - per ulteriori riflessioni e degna di attenzione». Così come la mancata presa di distanza da Valterino, l’unico che in due mesi non ha preso di mira.
